Quella notte a Dolcedo

8 commenti al post

Scrivere di un romanzo di Marino Magliani per me è un pochino imbarazzante, per due motivi:
1) con Marino ormai siamo amici da tempo e questo potrebbe influenzare il mio giudizio;
2) Marino scrive della Liguria, e, in particolar modo, di questo tratto di Liguria dove sono nato e cresciuto e anche questo potrebbe condizionarmi.
Mentre pensavo a queste cose, mi chiedevo se un romanzo di Cesare Pavese suscita sensazioni diverse, se a leggerlo è un langarolo o un siciliano, per esempio. Conosco le Langhe, ma certo non come uno che ci è nato e cresciuto. Sono stato alla Locanda dell’Angelo, a Santo Stefano Belbo, dove Pavese scriveva e già mi dicevo che leggere lì un suo romanzo dev’essere diverso che leggerlo da imperiese sul molo di Imperia.
Ma poi, sempre per cercare di evitare l’influenza, mi dicevo che un romanzo è un romanzo, a prescindere da dove lo si legga.
Così, quando ho preso a leggere il nuovo lavoro di Marino, Quella notte a Dolcedo, uscito per Longanesi giovedì scorso, ho cercato di non pensare a lui, o perlomeno di pensarci il meno possibile.

Capirete che è un’impresa perché se già dalle prime pagine leggi della stazione di Porto e, più avanti, dei laghetti di Lecchiore o dei partigiani Felice Cascione e Silvio Bonfante, inevitabilmente ti cali in quei posti che conosci come le tue tasche, e in quei personaggi di cui tanto hai letto e sentito parlare. Ma nella lettura mi ci sono immerso, al diavolo tutte queste considerazioni.
Nel romanzo Marino si scinde in due: secondo me, infatti, è in parte Lori, una globetrotter nata a Dolcedo che, girando per l’Europa, ogni anno torna al suo paese natìo. Anche Lori, come Gregorio ne “Il collezionista di tempo”, ha dato quel famoso esame in cui, stranamente, erano stati promossi solo “particolari” studenti.
E in parte è anche Hans, un soldato delle SS che aveva fatto la guerra nella Valle e che nell’estate dell’89 torna per qualcosa che aveva in sospeso con il passato. Si stabilisce in un paese un po’ più a monte, vivendo in semiclandestinità prima in un canneto e poi nell’oratorio della chiesa. La Valle è piena di tedeschi che hanno comprato ruderi e li hanno ristrutturati: anziani che forse lì hanno combattuto contro i partigiani e giovani che della Grande Guerra sanno solo di averla persa. Per lui non è difficile confondersi con quella gente.
Anche Hans, per finanziarsi il soggiorno, lavora di braccia: rimette a posto i muri di pietra a secco, pulisce giardini e ripara tetti con Manfred, il suo giovane socio.
Marginalmente troviamo ancora Gregorio che sta facendo le prove tecniche di prigionia: è un ladruncolo che va e viene dalle patrie galere per piccoli furtarelli.
Crollano i muri delle fasce perché nessuno se ne cura più, a Sorba, e crolla il Muro di Berlino. Nel bene e nel male il destino di Hans è legato ai picconi, alle pietre e alla terra.
Si potrebbe forse dire che è un romanzo sul tradimento e sui morti che prima o poi tornano in superficie: esseri umani morti qualche anno prima o mammut estinti migliaia di anni fa, non importa.
Finito di leggere mi è venuto spontaneo, alla faccia dell’influenza, dire a mezza voce: “Bravo Marino!” perché questo è a mio avviso il suo miglior romanzo.
Altri ne parleranno, Marino riceverà complimenti da persone molto più colte e autorevoli di me, ma i miei, sinceri, voglio mandarglieli lo stesso perché li merita tutti.

Scritto da Angelo Amoretti

10 marzo, 2008 alle 16:16

Pubblicato in Libri

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8 Commenti a 'Quella notte a Dolcedo'

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  1. Concordo!Io non l’ho ancora finito-tu con l’influenza hai avuto più tempo 8) e al riguardo auguri di pronta guarigione!-mi mancano ancora una quarantina di pagine ma posso affermare che sia il più bel di libro di Marino.Ho annotato un paio di frasi “biamontiane” che meritano…e l’idea che il paesaggio ligure fosse un’arma in più contro i crucchi l’ho trovata molto incisiva..E direi che ce ne sia per tutti:verso i locali per l’abbandono delle campagne- anzi”i pidocchiosi locali”come fa dire ad Hugo- che si sono visti 4 soldi con i tedeschi trasormando le stalle in appartamenti..il fumo (di hashish)aleggia alla grande e con esso l’alcool,ma tutto molto ben incastrato nella vita quotidiana, senza eccessivo scandalo come sono le abitudini quotidiane;verso certi tedeschi che in quanto artigiani hanno approfittato di questo e hanno fatto lavori per tedeschi benestanti al triplo del reale prezzo di mercato e si sono arricchiti- e le loro disavventure con mogli come dire..un po’ allegre e ben disposte a “andare a letto con mezza valle”
    Poi la sua mania di paleoarcheologia-già toccata in 4 giorni per non morire-
    Rimando una critica piu’ dettagliata quando l’avrò finito, spero domani di postarla, con serie di frasi che mi hanno particolarmente colpito

    bertoldo

    10 marzo, 2008 at 17:37

  2. Sottoscrivo in pieno. “Quella notte a Dolcedo” non solo è il capolavoro di Marino Magliani, ma rischia di rivelarsi come uno dei migliori romanzi italiani di tutto il 2008. Rispetto ad altri romanzi strapubblicizzati e poi rivelatisi controversi o deludenti (non faccio nomi, meglio evitare polemiche), quello di Marino è il culmine di uno splendido lavoro di editing, di cura, di scavo analitico, che mi ha fatto vivere le atmosfere e gli influssi ben più ampi del “biamontismo” (penso, ad esempio, al film “Le vite degli altri”), e che conferma ancora una volta la possibilità di creare nuove vie, nuovi modi di narrare la Liguria di ponente, il suo entroterra, i suoi silenzi, le sue tensioni, e in un’ottica ben più ampia e potente. Un esordio col botto, quello compiuto con Longanesi. E che Marino meritava abbondantemente.

    Achille Maccapani

    10 marzo, 2008 at 18:31

  3. @Bertoldo: come vedi a volte l’influenza ha effetti positivi ;)
    @Achille: accidenti, pure a me ha fatto pensare a quel film, per certi versi.

    ImperiaParla

    10 marzo, 2008 at 18:51

  4. Grazie a tutti, a Angelo che ha scritto questo post, per cosa ha detto.
    Ad Achille che vedró presto, e a Bertoldo che non conosco, ma mi sembra lo stesso di conoscerlo.
    Volevo scrivere un libro che parlasse di invasioni, la guerra ha invaso un
    uomo e quest’uomo in mezzo a un esercito a invaso una terra,
    Per ultimo i rovi hanno invaso gli ulivi che a loro volta parecchi secoli fa avevano invaso le valli.

    marino

    10 marzo, 2008 at 22:23

  5. ha invaso una terra, scusate. Io a quest’ora di solito sono già in branda.

    marino

    10 marzo, 2008 at 22:26

  6. La creazione letteraria è fiction ok..ma se si citano fatti storici bisogna essere precisi!Una ma tirata d’orecchi per Marino:Cascione muore il 27 gennaio ‘44, la battaglia di montegrande si svolge il 4 e 5 settembre del ‘44, indi per cui lui non poteva esserci(pag.84)…Peccato questa imprecisione, spero che non sia un errore di nescienza(bastava una ricerca all’istituto storico della resistenza,anzi basta Google) e se è stata fatta tanto per dire la battuta dell’uno a zero…boh..a me non va! Ok il grosso del pubblico,specie quello tedesco a cui già si pensa come potenziale utente-non a caso nel titolo c’e’ DOLCEDO in germania famosa per ospitare il commissario derrick quando è in vacanza in italia- sa a malapena chi era cascione giusto per le vie e piazze d’italia ma quello locale mugugna. Cmq a me è piaciuto LEGGETELO

    MUMU

    13 marzo, 2008 at 20:49

  7. Grazie della lettura caro Mumu, delle osservazioni molto pertinenti, e dell’opportunità che mi dai di spendere e poter giustificare, spero,
    l’antistoricità non del testo, ma di quel testo in specifico.
    Si tratta di un frammento di dialogo di un vecchio di nome Lelen Doló, e mi é servito per fargli smontare una versione dei fatti cascioniani.
    O meglio per poi darne un’altra.
    Infatti secondo lui, secondo Lelen Doló, Cascione é stato falciato
    perché si é alzato e ha detto: il comandante sono io. mentre a pagina 216
    un tal Bací, interpellato dal giovane Manfred, sostiene: balle, l’hanno sorpresi che dormivano in un casone. cascione e i partigianoi sono
    scappati, Cascione l’hanno prso nelle gambe, il fuoco di una mitraglia…
    Perché questo, Mumu, perché di versione sulla morte di Cascione, nell’oralità ligure ne ho trovate parecchie, e i miei personaggi son quelli, e
    la loro verità é da prendere con le molle.
    In quella verità, sempre sfuggevole come una balena bianca di calviniana memoria, Hans combatte per trovare la sua verità, ma in fondo anche per rimandare l’indagine.
    Grazie e a presto, Mumu. E grazie a tutti.

    marino

    13 marzo, 2008 at 21:19

  8. [...] un anno circa dall’uscita di “Quella notte a Dolcedo“, oggi è in libreria il nuovo romanzo di Marino Magliani: La tana degli Alberibelli, edito [...]



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