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Clamoroso: il pluriomicida Mancuso faceva la comunione tutti i giorni!

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Una delle cose che mi fanno amare la città in cui sono nato, ho studiato, lavorato e adesso non ci faccio un tubo tutto il giorno, è che se in un suo qualsiasi angolo [strada, bar, mercato...aggiungete voi] una persona che ha tutto l’aspetto di un ligure [che è quello di chi si fa troppo i fatti degli altri, lo dico a beneficio di chi ligure non è e capita qui per caso] si avvicina a due indigeni e chiede loro una qualsiasi informazione, appena si allontana uno dei due chiede all’altro: “Chi u l’è ’stu chi?” [tr.:"Chi è costui?"] e dopo una mezzoretta ci hanno ricamato tutta la vita, dai tempi dell’asilo ai giorni nostri. Se poi il ricamo corrisponda o no alla verità, resta tutto da verificare.
Ho fatto il preambolo perché oggi ne ho saputa una grossa e devo ripetermi: in molti mi diranno “Ma guarda che lo sapevano tutti!“.
Il boss colombiano arrestato qualche giorno fa Domenico Antonio Mancuso Hoyos, cugino del Mono e nipote dello Stereo, andava a messa tutte le mattine e faceva pure la comunione, senza confessarsi!
Questa mattina i nostri migliori giornalisti sono andati a intervistare Don Giorgio, il parroco di Santa Maria Maggiore a Castelvecchio.
Riviera24 lo scrive come “esclusiva”, solo che l’intervista appare anche sugli altri portali, quindi, per non far torto a nessuno, non metto link.
Don Giorgio ci racconta un sacco di cose interessanti sul signor Mancuso: tipo che gli aveva regalato una statuetta di Padre Pio (son soddisfazioni), che durante le processioni portava il cero e che faceva la comunione tutte le domeniche. Fin qui tutto bene.
Siccome il signor Mancuso stava nella nostra città da due anni, nell’elegante condominio ‘Il Sogno’, una volta è andato a prendere una pizza e chi gliel’ha venduta dice che gli sembrava una persona normale. Si sa, infatti, che i narcotrafficanti pluriomicidi (ricordo che il signor Mancuso è accusato di aver ucciso 130 persone) di solito vanno a testa in giù e piedi in su, quindi sono facilmente riconoscibili.
Probabilmente il cugino del Mono sarà anche andato a fare la spesa, qualche volta, per cui mi aspetto l’intervista esclusiva alla cassiera del supermercato. Se poi, in due anni, è anche andato dal barbiere, ciao, leggerò pure l’intevista al Figaro di turno.
Don Giorgio non lo sa, probabilmente, che anche Riina e Provenzano, tanto per far due nomi a caso, andavano a messa tutte le domeniche. E forse non lo sa che tra i devoti, spesso, si vedono facce poco raccomandabili. Ma la Chiesa è bella per questo, perché è elastica: apre le porte a delinquenti, ma non dà la comunione ai divorziati. Sono cose che invitano a continuare ad andarci. E da tutta questa vicenda Don Giorgio ha imparato che “se hai fatto del male a qualcuno, prima o poi ti torna indietro” che non è propriamente una morale cristiana, ma va bene così, sempre per la storia dell’elasticità.
Più che altro se hai fatto del male a qualcuno, oltre a tornarti indietro, ti pinzano e ti schiaffano in galera. Poi, per quanto ci starai è un altro discorso che non è il caso di imbastire.
A nessuno è venuto in mente, a proposito di questa persona “con un aspetto angelico” di chiedere: Chi u l’è ’stu chi?

Scritto da Angelo Amoretti

10 agosto, 2014 alle 17:50

Imperia: catturato il boss colombiano Domenico Antonio “Hoyos como va” Mancuso

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E’ proprio il numero delle persone uccise che desta sgomento: l’uomo è ritenuto responsabile di oltre 130 omicidi” si legge sul Secolo XIX di oggi.
Con tutto il rispetto per le vittime e per l’autore dell’articolo, a me desta sgomento che il sig. Mancuso, con tipico cognome colombiano, sia finito a Imperia.
Me lo immagino in Colombia che, tra un pippotto e l’altro, fa girare il mappamondo, lo ferma con un dito ed esclama: “Imperia! Andrò là e aprirò un hotel a cinque stelle, così riciclo il denaro sporco”.
Il signor Mancuso viveva in un alloggio a Imperia da due anni e sarebbe interessante sapere:
Chi gli ha regalato il mappamondo?
Chi gli ha messo a disposizione l’alloggio?
Cosa è stato trovato?
Non lo sapeva che a Imperia abbiamo già l’hotel Rossini, che stelle ne ha quattro, ma bastano e avanzano?
Forse si è confuso e pensava che fosse un teatro?

Scritto da Angelo Amoretti

8 agosto, 2014 alle 11:41

‘ndrangheta: Imperia sembra la sesta provincia della Calabria

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Imperia sembra la sesta provincia della Calabria
La Bindi: la ‘ndrangheta deve essere messa in ginocchio
Ieri le prime audizioni della commissione parlamentare antimafia

Patrizia Mazzarello e Milena Arnaldi per il Secolo XIX

«Quella di Imperia sembra la sesta provincia della Calabria a livello di infiltrazioni della ‘ndrangheta”».
Il fatto che la convocazione ad Imperia della commissione parlamentare antimafia non sarebbe stato un mero atto simbolico era già chiaro da tempo. Sono parole pesanti quelle espresse ieri a Imperia da Rosy Bindi, che della Commissione Antimafia è il presidente, durante un intervallo del lungo pomeriggio di audizioni nella sala del consiglio del palazzo della Provincia, sede anche della Prefettura. Sono stati sentiti il questore Pasquale Zazzaro ed il colonnello dei carabinieri Luciano Zarbano, l’esame della situazione complessiva è stata affidata al prefetto Fiamma Spena.
Alla destra del presidente Bindi si sono poi seduti nel corso del pomeriggio anche il Procuratore Capo della Repubblica di Genova e capo della Dda, Michele DiLecce, il magistrato della Dna Anna Canepa e il Pm antimafia della Dda di Genova Giovanni Arena. E ancora è stata ascoltata anche Giuseppa Geremia, procuratore di Imperia.
Tra gli argomenti al centro del lavoro della commissione, anche se il riserbo degli investigatori èt otale, tra una ricostruzione di quanto avvenuto ed un primo bilancio di quanto emerso nell’ambito del processo “La Svolta” nel quale risulta indagato per concorso in associazione mafiosa anche l’ex sindaco della città di confine Gaetano Scullino, c’è infatti anche e soprattutto l’ultima clamorosa inchiesta che ha riportato Ventimiglia, Comune sciolto per mafia solo nel 2012, alla ribalta delle cronache. Si tratta dell’inchiesta per voto di scambio, reato che fa parte della complessa normativa antimafia. E che sulla scia di una complessa attività d’indagine di polizia e carabinieri, intervenuti in forze a vigilare sulle elezioni che hanno poi portato alla vittoria al ballottaggio del giovane sindaco del Pd Enrico Ioculano, vede coinvolti alcuni esponenti del centro destra ventimigliese, accusati di aver acquistato diverse decine di voti durante il primo turno delle elezioni amministrative. Tra gli altri risulta indagato Emilio Galardini: ad oggi capogruppo di Forza Italia, in quanto l’ex candidato sindaco azzurro Giovanni Ballestra e l’ex vicesindaco Roberto Nazzari, per protestare contro la sua decisione di non dimettersi, si sono iscritti ad una lista civica e al gruppo misto.
Il presidente Bindi parla della Calabria, con riferimento a quanto accaduto ad Oppido, paese in cui, nonostante le sferzanti parole del Papa contro la criminalità organizzata, ancora nei giorni scorsi la processione religiosa ha reso omaggio al boss di turno:«Lo Stato deve decidersi ad adottare seriamente la Calabria, rafforzando gli organici della polizia e della magistratura». Ma le sue parole ed il suo sguardo sono rivolte alla provincia di Imperia: «Quando lo Stato si è impegnato in Sicilia la mafia è stata messa in ginocchio, quando lo Stato si è impegnato in Campania la camorra è stata messa in ginocchio, lo Stato deve decidersi a mettere in ginocchio la ‘ndrangheta in Calabria e ovunque abbia riprodotto la struttura calabrese. Questa provincia sembra la sesta provincia della Calabria».
Parole che riassumono le inchieste amministrative e penali che hanno portato allo scioglimento dei consigli comunali di Bordighera (poi annullato dal Consiglio di Stato) e Ventimiglia, le stagioni dei roghi che si sono protratte sino alla vigilia delle elezioni. E nei quali alcune specifiche indagini dei carabinieri hanno ad esempio individuato sospetti collegamenti con le udienze del processo“La Svolta” contro la cupola mafiosa dell’estremo ponente.
Ma che rappresentano anche una vera e propria dichiarazione di guerra alle cosche da parte della Bindi e della commissione antimafia, il cui lavoro oggi si arricchirà anche dell’audizione di diverse associazioni, tra le quali la Casa della legalità che ha già pronto un faldone di ben 80 pagine con rilievi da Diano Marina sino alla città di confine. Una sfida,ritengono in molti, che potrebbe anche essere il preludio per nuove eclatanti inchieste.

Scritto da Angelo Amoretti

8 luglio, 2014 alle 7:55

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Imperia contro le mafie

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Giovedì scorso a Imperia sono avvenuti due fatti importanti, per quanto riguarda la lotta alla mafia: gli attivisti di Scorta Civica, che su tutto il territorio nazionale chiedono che vengano potenziate le misure di sicurezza nei confronti del Magistrato Nino Di Matteo, hanno fatto un presidio davanti alla Prefettura e il Procuratore nazionale antimafia Franco Roberti ha tenuto una “lectio magistralis” al Polo Universitario per gli studenti di Giurisprudenza.
Ne ha scritto Diego David su il Secolo XIX di ieri e riporto l’articolo.
Su La Stampa, purtroppo, non ho trovato nulla al riguardo.
Pare che il Procuratore abbia anche detto che le misure di sicurezza per Di Matteo non hanno bisogno di ulteriori potenziamenti. Ne prendo atto e approfitto per chiedere se magari non sia il caso di preoccuparsi un po’ di più, con tutto il rispetto per Di Matteo, di Christian Abbondanza, uno che sta dando un grande contributo alla lotta alle mafie in Liguria e non solo.

AL GRANDE APPUNTAMENTO NEL POLO UNIVERSITARIO DI IMPERIA TANTI STUDENTI E MAGISTRATI
«C’è la tendenza a negare la presenza delle cosche»
La lezione del capo dell’Antimafia Roberti. Assente il procuratore Geremia

«È solo alimentando la cultura della legalità che si fa capire a questi criminali che è il caso che se ne stiano a casa loro, oppure, se vengono, devono vivere onestamente come, del resto, fanno tanti loro concittadini».
È stato questo il messaggio, dall’accento colloquiale non certo istituzionale, che il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti ha lanciato agli studenti di Giurisprudenza del Polo universitario di Imperia, intervenuti alla lectio magistralis tenuta dal successore di Pietro Grasso sul funzionamento della Procura nazionale antimafia e delle ventisei procure distrettuali, conferenza che ha chiuso il ciclo di seminari dedicati alla criminalità organizzata dell’Ateneo, scuola di Scienze sociali. Il riferimento di Roberti è stato sollecitato da una domanda sulle infiltrazioni mafiose in Liguria, in particolare nel Ponente ligure, dopo la sequela di attentati, inchieste, arresti, processi e lo scioglimento dei consigli comunali di Bordighera e Ventimiglia per condizionamenti da parte della criminalità organizzata.
«L’attenzione in questo territorio è massima e deve rimanere ai massimi livelli – ha sottolineato con forza Roberti – come è testimoniato dalla mia stessa presenza oggi qua e dall’importante processo in corso a Imperia. Occorre che il livello di guardia sia mantenuto alto, perché in Liguria la situazione non è troppo dissimile da quella che caratterizza regioni come il Piemonte e la Lombardia. La globalizzazione, le nuove tecnologie e soprattutto la debolezza dei mercati finanziari hanno favorito la penetrazioni delle organizzazioni criminali mafiose nelle regioni del Nord e anche in altri paesi europei. Il problema dei problemi oggi è proprio la capacità delle organizzazioni criminali di andare a infiltrarsi e colonizzare territori diversi da quelli di origine».
Ad ascoltare le parole del procuratore nazionale antimafia, c’erano, in prima fila, anche il sostituto procuratore nazionale antimafia, la genovese,originaria di Ventimiglia Anna Canepa e il pm di Imperia Roberto Cavallone. Mentre si è notata l’assenza del procuratore capo Giuseppa Geremia, che proprio sulla questione mafia era stata direttamente bacchettata in una sua relazione dalla direzione nazionale.
Orlando Botti, che insieme agli aderenti imperiesi di “Scorta Civica”, l’associazione che chiede di potenziare i sistemi di sicurezza personale al magistrato Nino Di Matteo, ha srotolato uno striscione e ha chiesto a Roberti come sia stato possibile che due ex ministri dell’Interno (Claudio Scajola e Roberto Maroni) abbiamo potuto affermare che «nel Ponente la mafia non esiste»?
«Se i ministri dell’Interno–ha risposto Roberti– hanno manifestato una qualche volontà di sottovalutazione del fenomeno è un problema loro. Può essere che non fossero stati bene informati, ma, c’è, effettivamente, una tendenza negazionista, forse per non provocare ulteriori danni all’immagine, al turismo, all’attrazione di investimenti stranieri.Le indagini, però,hanno portato alla luce una realtà ben diversa. È evidente che era stata fatta una valutazione sbagliata». «Il vero problema nel Ponente oggi – ha concluso Roberti, che alla fine degli anni Novanta e poi nel 2006 era stato a Imperia per coordinare le indagini su un clan legato al boss della camorra Michele Zaza interessato a infiltrarsi alle case da gioco di Sanremo, Mentone e Nizza– è la criminalità organizzata calabrese, i cui esponenti spesso discendono da famiglie emigrate in Liguria da generazioni che non hanno mai interrotto i rapporti».

Diego David – Il Secolo XIX, 4 aprile 2014

Scritto da Angelo Amoretti

5 aprile, 2014 alle 17:36

Solidarietà a Christian Abbondanza [Casa della Legalità]

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Mi associo alla solidarietà di Libera Liguria a Christian Abbondanza, uno che si batte contro tutte le mafie, e ne approfitto per chiedere loro se magari, visti i buoni rapporti che hanno con la  Regione, non sia possibile metterci una buona parola per fargli avere la scorta.
Grazie.

Dallo scorso 19 dicembre si sta svolgendo, davanti al tribunale collegiale di Imperia, il processo per mafia che vede alla sbarra i 36 imputati dell’operazione “La Svolta” contro la criminalità organizzata nel Ponente della Liguria, che il 3 dicembre del 2012 portò in carcere 15 persone.
Nel corso del processo, magistrati, testimoni e Christian Abbondanza, presidente della Casa della Legalità, presente tra il pubblico, sono stati oggetto di minacce e intimidazioni.
Libera Liguria esprime loro la propria solidarietà e ribadisce la fiducia che lo Stato, in tutte le sue componenti, proseguirà nei propri compiti di tutela della Legge.
Libera Liguria

Scritto da Angelo Amoretti

4 febbraio, 2014 alle 15:51

Fiaccolata a Imperia per ricordare la strage di via d’Amelio

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Ricevo e pubblico

In occasione dell’anniversario della strage di via D’Amelio, giorno 19 Luglio 2013, le associazioni Libera coordinamento regionale, Libera Imperia e Ossermafia Italia hanno organizzato una fiaccolata in memoria di Paolo Borsellino e degli uomini della sua scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Walter Cosina, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina.
L’evento è stato organizzato anche per manifestare solidarietà ai pubblici ministeri di Palermo e Caltanissetta, impegnati per la ricerca della verità nei processi conosciuti come “Trattativa Stato Mafia” e”Borsellino quater”. Via via che i procedimenti proseguono la loro fase dibattimentale, la pressione sui pubblici ministeri è diventata sempre più violenta e inquietante, ricordando in modo drammatico la solitudine vissuta dal Giudice Borsellino in quei 57 giorni che separarono la propria morte da quella del Giudice Falcone.
La fiaccolata partirà alle ore 21 dalla banchina di Calata Cuneo e raggiungerà P.zza della Vittoria, dove interverranno Matteo Lupi, in rappresentanza di Libera e Paola Borsellino, in rappresentanza di Ossermafia Italia.
Si invitano tutte le associazioni locali si accettano le adesioni fino a sabato 13 luglio-
Possibile aderire scrivendo alla mail liguria@libera.it

Scritto da Angelo Amoretti

11 luglio, 2013 alle 8:44

La ‘ndrangheta in Liguria

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La classifica qui sotto è tratta dal libro “A meglia parola – Liguria terra di ‘ndrangheta” di Marco Grasso e Matteo Indice, edito da De Ferrari, con prefazione di Ferruccio Sansa, nelle librerie da pochi giorni anche nella nostra città.

A meglia parola

Ci sono anche delle belle foto ed è vivamente consigliato.

Qui la presentazione.

Scritto da Angelo Amoretti

7 giugno, 2013 alle 19:24

La ‘ndrangheta in Liguria e nella nostra provincia

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La prossima settimana sarà nelle librerie “A meglia parola – Liguria terra di ‘ndrangheta” scritto dai giornalisti de Il Secolo XIX Marco Grasso e Matteo Indice. Vi consiglio di comprarlo e, soprattutto, leggerlo. E conservarlo, perché i libri, per fortuna, continuano a essere pubblicati e bisogna metterli insieme come pezzi di puzzle.
Circola la voce, ovviamente da verificare, che il più bel porto del Mediterraneo sia stato costruito anche su materiale altamente nocivo, che non si sa come purificarlo e, soprattutto, come e se comunicarlo ai cittadini. Ma sono voci: un giorno potrebbero finire su un libro, o forse no.

da Il Secolo XIX del 23 maggio 2013

COSÌ LA ’NDRANGHETA IN LIGURIA RINASCE DALLE SUE CENERI GRAZIE AI POLITICI

Da oltre trent’anni la ’ndrangheta condiziona la politica e l’economia in Liguria. Ha deciso elezioni, manovrato migliaia di voti e pilotato commesse, in particolare nell’edilizia.
Non tutti i partiti hanno uguali responsabilità, ma le cosche hanno saputo raggiungere con spiazzante facilità sia il centrodestra che il centrosinistra, in Comuni, Province e pure in Regione. E soprattutto rinascere nonostante arresti e indagini, grazie a tanti, troppi taciti accordi. Alcuni politici sono stati smascherati, e di loro si è letto sui giornali. Altri, invece, hanno continuato a operare nelle istituzioni all’insaputa dell’opinione pubblica, ignara del peso della criminalità organizzata in decisioni che riguardano migliaia di persone, ogni giorno.
Per la prima volta, un libro prova a entrare nel dettaglio, esclusivamente sulla Liguria: “A meglia parola – Liguria terra di ’ndrangheta“, scritto dai giornalisti del Secolo XIX Marco Grasso e Matteo Indice (De Ferrari Editore, 236 pagine, 16 euro) sarà nelle librerie dalla prossima settimana. E va dritto, attraverso documenti e fotografie inedite, ai nomi, e poi ai ruoli-chiave che personaggi ancora presenti nella vita istituzionale e imprenditoriale hanno ricoperto mentre i clan si affermavano. Legami che oggi si tenta di nascondere, non essendo mai stati rivelati, o solo “accennati”.
A meglia parola spiega come «un’isola felice», dove l’esistenza della mafia fino a tre anni fa era negata da prefetti, parlamentari e sindaci, si sia trasformata secondo un rapporto commissionato dal Viminale nella «regione a più alta densità mafiosa del Nord». Una situazione così compromessa da portare allo scioglimento di due municipi, Bordighera e Ventimiglia, il secondo e il terzo caso di sempre nel Settentrione.
Come siamo arrivati a questo punto? Per provare a rispondere bisogna partire da lontano, dalla migrazione del Dopoguerra e dai boss spediti in Liguria in soggiorno obbligato; dai primi insediamenti che hanno dato vita a una vera e propria struttura militare organizzata su base territoriale, i cosiddetti locali, un esercito che negli anni si è impossessato del monopolio nel traffico di droga e del controllo degli appalti.
Che ha penetrato l’economia pulita e ha nascosto pericolosi latitanti.
Nella sua fase di maggiore sviluppo, tra la fine degli anni Settanta e l’inizio dei Novanta, è una mafia che spara. E però i clan si accorgono presto che la violenza serve solo ad attirare l’attenzione degli inquirenti.
Capiscono la lezione e gettano le basi per il vero dominio. La nuova strategia è precisa e mirata: mimetizzarsi, nascondersi, fare poco rumore. Perché, come recita un proverbio calabrese che dà il nome al titolo dell’opera, A meglia parola è chira chi ’un si dicia, la parola migliore è quella che non viene detta. È anche questo il motivo per cui, nel 2013, dopo che quasi ovunque la malavita calabrese ha subito colpi durissimi, non esiste ancora una sentenza definitiva che riconosca l’esistenza e la contaminazione della ’ndrangheta in Liguria.
La novità di questo libro-inchiesta – un archivio di ritratti, informazioni, collusioni e scheletri nell’armadio – è che tanti elementi isolati o mai svelati, assumono finalmente una forma. E vanno a comporre una struttura omogenea al cui interno convivono tante anime.
C’è il vecchio immigrato calabrese che vende frutta e verdura ed è così potente da essere ricevuto dal capo assoluto del Crimine – il massimo livello gerarchico – nella sua residenza di Rosarno. C’è il broker con il colletto bianco, preparato e spregiudicato, che movimenta milioni di euro in paradisi fiscali con la complicità d’un tesoriere politico. E ancora: ci sono i grandi capi del centrodestra ligure che negano fino all’ultimo la malattia che sta corrodendo una fetta di economia nel Ponente, annientando la concorrenza e lasciando che a sopravvivere siano solo gli impresari che si piegano; mentre i big del centrosinistra hanno contatti e sponsor che compaiono nelle indagini della Procura. Ci sono nomi e volti di questa contaminazione, tanti eventi apparentemente slegati che adesso sappiamo far parte di un unico fenomeno. Una realtà che ci chiama in causa tutti e in cui tutti abbiamo una responsabilità.

Marco Menduni

Scritto da Angelo Amoretti

25 maggio, 2013 alle 8:56

Pubblicato in Attualità, Libri

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Anno nuovo, vita nuova?

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Questo post mi è stato fortemente ispirato da due carissimi amici [par condicio: un uomo e una donna] e loro, che mi leggono, sanno a chi mi riferisco.

Nel ringraziarvi per avermi seguito numerosi anche nell’anno che sta finendo e augurandomi che nel 2013 siate ancora di più, innanzitutto vi faccio gli auguri di rito, ma sentiti: buon 2013! Spero sinceramente che sia un anno positivo per tutti anche se personalmente la vedo ancora un po’ grigia.
Ma l’augurio che voglio farvi più che altro è una preghiera che può essere sintetizzata così: “Smettiamola di far finta”.
Cerchiamo di essere noi stessi sempre, senza paura. E dal momento che so che la maggior parte di chi mi legge non fa finta, allora lo slogan potrebbe essere un altro: “Facciamoli smettere di far finta!”
Mi riferisco a coloro che fanno parte di una certa area (destra, sinistra o centro, non importa) e fanno finta di darsi realmente da fare per quella, quando si sa benissimo che invece sono al soldo dell’area opposta. Chissà come, la tal cosa generalmente si manifesta nell’area di centro sinistra. In quella di centro destra va tutto meglio proprio perché chi ce l’ha in pugno, controlla anche qualcuno che sta dall’altra parte.
Sto parlando di un fenomeno locale, tanto per capirci. Altrove sarà lo stesso e forse anche peggio, ma ripeto: parlo della nostra città, così vi sarà più facile capire questo discorso. Ci sarà qualcuno che farà finta di non capire, altri che faranno un saltello sulla sedia e altri ancora che non capiranno un’acca di questo post. A questi ultimi chiedo di avere pazienza: forse nel corso del 2013, leggendo i post su questo blog, riusciranno a far quadrare il cerchio.
Smettiamola di aver paura, smascheriamo pubblicamente, prove alla mano, i fintoni: perlomeno gli renderemo le cose un po’ più difficili. Qualcuno ci toglierà il saluto, ma è venuta anche l’ora di fregarsene del saluto di un fintone. Ci sono ancora troppe cose che si sanno, ma non si dicono: è ora di cambiare rotta. Loro, i fintoni, devono saperlo e ce l’avranno un po’ meno facile: basta essere in tanti.
L’amico di cui sopra, mi diceva che è stato calcolato che in Sicilia ci sono 5.000 mafiosi e che gli abitanti sono 5 milioni. Eppure la mafia ha la meglio. Anche perché 5.000 sono uniti, il resto no. Chi ha il potere ha interesse a dividere, a mettere tutti in svariati recinti in modo da poterne avere il controllo con facilità.
Vediamo di riuscire a rompere questi recinti, nel 2013.
Auguri!

Scritto da Angelo Amoretti

30 dicembre, 2012 alle 14:23

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Da noi non c’è la ‘ndrangheta? [II]

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Curioso, e probabilmente ironico, l’articolo di Matteo Indice pubblicato sul Secolo XIX di sabato.
In pratica, scrive Indice, i quattro imputati di Ventimiglia, accusati di appartenenza alla ‘ndrangheta, sono stati assolti perché il fatto non sussiste e perché non è stato dimostrato che chi appartiene a un’associazione mafiosa incute paura, crea un clima di soggezione e genera omertà.
Se tutto ciò non viene dimostrato, scrive Indice, il giudice assolve anche pregiudicati per reati gravissimi (Garcea è stato condannato di recente a nove anni per usura aggravata dai metodi mafiosi ed è l’unico che resterà in carcere).
Non esprimo giudizi in merito alla sentenza, ma spero di poter dire che la trovo un po’ bizzarra.
Infatti la vice Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, Anna Canepa, ha dichiarato su La Stampa di ieri:

Le sentenze non si commentano, se non si è d’accordo si appellano, personalmente ho vissuto un’esperienza simile nel ‘96 quando in primo grado sono stati assolti tutti i clan siciliani poi il tutto è stato capovolto in appello, e confermato in Cassazione. In Liguria la lotta alla criminalità organizzata non deve arretrare , bisogna mantenere la consapevolezza che in questo periodo la criminalità organizzata sta avanzando.

E il Silp, il sindacato di polizia, per bocca del suo Segretario di Genova, Roberto Traverso, aggiunge:

La mafia in Liguria c’è. Senza risorse, con tagli degli stipendi, dei mezzi e non solo è difficile svolgere attività investigativa e fornire elementi probatori
alla Procura.

Inviterei a riflettere su queste due dichiarazioni.
Quella di Traverso mi riporta all’intervista rilasciata a Imperia TV dall’ex vice Questore vicario di Imperia, il Dott. Stefano Bonagura che si meraviglia che un’indagine complessa e delicata come quella sul porto di Imperia, sia lasciata condurre da soli 5 o 6 uomini della Postale.
E’ lampante che sul nostro territorio c’è bisogno di più personale perché logica vorrebbe che più il fiume ingrossa, più gli argini devono essere rinforzati.
E mi riporta anche a quanto scritto da Qualunquemente in un commento al post del 10 novembre: da tempo la mafia non gira più con la lupara , al limite, se la infastidisci, arriva anche a farti bloccare un fido in una banca.

Scritto da Angelo Amoretti

12 novembre, 2012 alle 9:54

Pubblicato in Attualità

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