Il Partigiano di Piazza dei Martiri

scritto da Angelo Amoretti il 15 ottobre 2014 ore 18:00

Sabato 18 ottobre 2014, alle ore 17, presso la Sala Convegni dell’ex Palazzo Comunale, in Piazza Dante,4, Imperia, sarà presentato il libro di Enzo Barnabà “Il Partigiano di Piazza dei Martiri”.
Sarà presente l’autore.
Introduzione di Giovanni Rainisio, Presidente dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’età contemporanea di Imperia.

Al centro della vicenda c’è il partigiano Salvatore Cacciatore, detto “Ciro”, giovane siciliano che lasciò il seminario poco prima di prendere i voti per andare a combattere in Africa, poi a Pordenone. Soggiornò per un periodo in Carnia ad Ampezzo ospite di Elio Martinis (Furore). Tra il 1943 e il 1945 combatte nelle file partigiane e viene impiccato con tre compagni di lotta ai lampioni della piazza centrale di Belluno. È il 17 marzo 1945; da allora quel luogo si chiama Piazza dei Martiri. In questo libro c’è la sua storia, quella del movimento di liberazione nel Nord Italia e le vicende di un figlio alla ricerca del padre.

Enzo Barnabà, è nato a Valguarnera (Enna) nel 1944. Ha insegnato lingua e letteratura francese in Veneto e Liguria. Col ministero degli Esteri ha insegnato presso le Università di Aix-en-Provence, Abidjan, Scutari e Nikšic´. Vive in Liguria. Ha pubblicato 15 libri in italiano e francese, tra i quali Sortilegi (con Serge Latouche), Bollati Boringhieri, 2008 e Morte agli Italiani!, Infinito edizioni, 2010 con Prefazione di Gian Antonio Stella e Introduzione di Alessandro Natta.

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Due “buongiorno”, anche se è sera

scritto da Angelo Amoretti il 9 ottobre 2014 ore 19:10

Qui potete leggere il bungiorno di Marco Ballestra alla signora Maura Orengo, “Carneade”, stando a quanto scrive l’autore del post, dell’antimafia imperiese. E’ uno di quei buongiorni che avrei voluto dire io, anche riguardo ad altre cose, ma Marco mi ha anticipato.
E qui il buongiorno di Marco Preve a Gabriele Piccardo, il direttore di Imperiapost.
Mi raccomando: siate sobri nei commenti perché non voglio la postale a casa. Però riflettete e magari fateli circolare sui network: sono più utili di gattini e minchiate simili per capire come gira il mondo dalle nostre parti.

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Bilanciamenti famigliari

scritto da Angelo Amoretti il 5 ottobre 2014 ore 12:37

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Elezioni Regionali 2015

scritto da Angelo Amoretti il 5 ottobre 2014 ore 12:28

Dal momento che si è iniziato a scrivere di elezioni regionali, che ne dite, cominciamo a parlare degli eventuali candidati nostrani [vale tutto: gossip, inaugurazioni di bocciofile, indagati, incapaci ecc.ecc.] o aspettiamo a farlo più in là?

Ve lo chiedo perché oggi c’è un articolo sul Secolo XIX che dopo aver letto non sapevo se ridere, piangere o strappare il certificato elettorale.

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La Provincia va a rotoli

scritto da Angelo Amoretti il 25 settembre 2014 ore 16:11

Tra Riviera Trasporti, bus a idrogeno acquistati e parcheggiati a tempo indeterminato perché non si possono “ricaricare” (un po’ come comprare un pollo da arrostire e non avere il forno, per capirci); azioni dell’ Autostrada dei Fiori SpA e cosiddetti gioielli di famiglia svenduti; un dirigente che si sente Obama e visto che il Presidente degli U.S.A. bombarda la Siria per proteggerci da un attacco terroristico, lui fa aprire il fuoco sui cinghiali a Barcheto, in centro abitato, per proteggerci dalle orde di animali selvatici, senza risoluzione dell’Onu (e senza preavviso?), la Provincia va a rotoli, ma di quelli che ricordano una nota marca di carta igienica e che “non finiscono mai“.
A seguito di questo articolo, per esempio, una lettrice affezionata mi ha scritto dicendo che trova nauseante che:
1) la Migliorini non riesca a smaltire le pratiche nonostante il lauto stipendio
2) la provincia chieda aiuto a dei volontari ( non pagati)
3) la provincia spenda fior di migliaia di euro in consulenze nonostante abbia dei professionisti a libro paga
4) casualmente l’ing Domenico Pino (presidente dell’ordine degli ingegneri e a libro paga come consulente della provincia) ha stabilito che gli iscritti all’ordine degli ingegneri possano fare i volontari in provincia

e in effetti non posso darle torto.
Non posso neppure dar torto al Presidente della Provincia Luigi Sappa, là dove dice che il problema non è la Migliorini: infatti il problema è lui ed è di noi tutti contribuenti.
Se la dirigente in questione, entrata di recente nel Club dei leoncini e, a quanto pare, spostata da un settore all’altro, perché inizialmente si occupava di rifiuti, non riesce a fare il lavoro che le compete, significa che c’è qualcosa che non va.
Ed è una dirigente da 84.000 euro lordi all’anno più bonus di 11.000, almeno nel 2011, perché sul sito della Provincia non riesco a trovare più riscontri in merito a chissà quale legge sulla trasparenza.
Preve, nel suo articolo, scrive che ovviamente ingegneri e architetti “ dovranno fornire il loro aiuto per impostare il lavoro sulle richieste di autorizzazione antisismica, naturalmente astenendosi in caso di conflitto“.
E allora ci sarebbe bisogno di qualcuno che li controlli: paghiamo noi uno o più controllori?
E come mai architetti e ingegneri dovrebbero andare a dare una mano a titolo gratuito a chi guadagna fior di quattrini? E come mai gli ingegneri ci vanno e gli architetti no?
Provate a fare uno più uno e la risposta vi si materializzerà davanti agli occhi come per incanto.
Due anni e mezzo fa Preve aveva scritto un articolo interessante sul suo blog: leggetelo e cercate di fare due collegamenti. Non è difficile!

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Il Liberty, l’industria e «La Riviera Ligure»

scritto da Angelo Amoretti il 24 settembre 2014 ore 16:12

Sabato 27 settembre 2014, alle ore 17,30, presso la Sala Convegni della Biblioteca Civica “L. Lagorio” di Imperia, Giorgio Bertone (Università di Genova) terrà la conferenza con proiezioni.

In occasione del centenario de “Il Peccato” di Giovanni Boine (1914), uno dei romanzi sperimentali più importanti dell’inizio secolo a livello europeo, pubblicato a puntate sulla «Riviera Ligure»; in occasione, pure, dei centodieci anni dall’inizio ufficiale della Direzione della rivista da parte di Mario Novaro, la Fondazione “Mario Novaro” di Genova e l’Assessorato alla Cultura, Turismo e Manifestazioni del Comune di Imperia organizzano un incontro che ha come principale scopo quello di inquadrare storicamente la Rivista nel contesto dello stile Liberty europeo, nella letteratura e nell’arte.
Giorgio Bertone così ci introduce al tema dell’incontro: – «La Riviera Ligure» (1895-1919) fu tra i primissimi “house organ” del continente, ovvero una rivista di tipo moderno, patrocinata dalla Casa Produttrice, destinata quale omaggio al pubblico dei clienti, nel caso dell’Olio Sasso. Con tirature di oltre centoventimila copie, divenne per opera di Mario Novaro un periodico di altissima qualità. Novaro coinvolse nell’impresa artisti e grafici del Liberty come Plinio Nomellini e Giorgio Kienerk e letterati come Luigi Pirandello, Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, Grazia Deledda, Salvatore Di Giacomo, Giovanni Pascoli, Luigi Capuana, Ardengo Soffici, Giovanni Papini, Camillo Sbarbaro, Giuseppe Ungaretti, Filippo De Pisis, Alberto Savinio, Marino Moretti, Aldo Palazzeschi, Piero Jahier.
Della «Riviera» hanno parlato nei loro studi Rossana Bossaglia e Edoardo Sanguineti.

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Dove è finito l’archivio di Scajola?

scritto da Angelo Amoretti il 17 settembre 2014 ore 15:59

Dal blog di Aldo Giannuli

Cappuccino, brioche e intelligence n° 51

Ci sono alcune notizie che quando salgono alla ribalta delle cronache restano sulla cresta dell’onda per alcuni giorni, salvo poi scomparire per mesi e mesi (o anche per tempi molto più lunghi) come un fiume carsiso. Sembra essere questo il caso dell’archivio segreto di Claudio Scajola. Facciamo un passo indietro.

Lo scorso 8 maggio 2014 la Dia di Reggio Calabria arrestava a Roma l’ex ministro dell’interno Claudio Scajola, con l’accusa di aver favorito la latitanza dell’ex parlamentare Pdl Amedeo Matacena, condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa. Dall’indagine pare emergessero anche delle operazioni per portare all’estero i capitali di Matacena e l’ombra di legami con la ‘ndrangheta. Questo il filone principale dell’inchiesta che vedrà l’avvio del processo il prossimo 22 ottobre e su cui per ora non ci soffermeremo, sia per opportunità che per mancanza di informazioni approfondite.

Il problema che ci interessa approfondire è un altro. Nei giorni dell’esplosione dell’inchiesta infatti, due sono stati i grandi temi sotto i riflettori: da un lato l’appassionante love story tra lady Matacena e lo stesso Scajola, letteralmente impazzito secondo i racconti della segretaria, per l’avvenente moglie dell’ex collega di partito, la quale conquistava le colonne destre dei principali siti di informazione italiani con le consuete deprimenti fotogallery soft-porno a cui ci hanno ormai abituato i portali web che avranno prodotto ricchi dividendi in click per gli editori.

Il secondo filone, più serio ed importante, è stato quello legato all’archivio personale dell’ex ministro dell’interno (sic!). Sin dai primi giorni infatti non sono mancati articoli sui contenuti di questo archivio, per altro mai troppo particolareggiati, che sottolineavano “Migliaia di fascicoli su politici e favori. L’archivio segreto di Scajola sotto sequestro” (Corriere della Sera, 12 maggio 2014); “I segreti del Viminale nei dossier di Scajola” (Repubblica, 15 maggio 2014) e potremmo proseguire. Gli articoli dedicati alle carte che man mano gli inquirenti stavano acquisendo sono proseguiti fino a circa la metà di giugno (il Corriere ancora il 13 giugno 2014 dedicava pagina 18 ai contenuti degli interrogatori e delle carte). Come detto tuttavia, i temi emersi erano scottanti e bastevoli per far saltare il banco di molti aspetti recenti e non della storia repubblicana, a partire dell’omicidio Biagi, ma non esplosivi come ci si poteva aspettare e come lo stesso Scajola ci aveva fatto credere fino a prima del suo arresto, quando ancora minacciava i suoi ex colleghi parlamentari e di partito di “tenerli per le palle”.

Passato giugno, un po’ come ovvio nei processi di produzione delle notizie, un po’ probabilmente per l’attesa del processo del prossimo ottobre, l’attenzione sul caso Scajola scemava e così anche sui contenuti del suo archivio. Lo scorso 6 agosto però, mi sono balzati agli occhi alcuni articoli: “Scajola, l’archivio segreto era dentro i muri” (Repubblica, 6 agosto); “Scajola, trovato l’archivio segreto nascosto nel muro dietro alcuni quadri” (Il fatto, 6 agosto 2014). Le carte delle prime perquisizioni insomma, rimandavano ad altri materiali e gli inquirenti hanno disposto nuove ricerche che hanno portato al ritrovamento del database completo nelle nicchie nascoste dietro ai quadri nella villa di Imperia. Tombola! Mi venne da pensare quando lessi quegli articoli. Purtroppo però, causa il periodo agostano, ma forse anche per altri motivi, dei contenuti delle chiavette dell’archivio segreto di Claudio Scajola dopo questo rilancio del 6 agosto, non si è saputo più nulla. L’articolo di Repubblica recita che “Ora il materiale si trova al Centro Dia di Reggio Calabria, nelle mani degli analisti che ne stanno tirando fuori una marea di dati. Qualcuno si spinge a dire “gli ultimi 30 anni di storia politica e personale di Scajola”. Materiale sul quale al momento vige il massimo riserbo, che molto probabilmente confluirà nel processo del 22 ottobre”.

Nello spirito di questa rubrica dunque, raccolti un po’ di dati e messe in fila alcune notizie, ci corre d’obbligo porci alcune domande e fare alcune riflessioni (da prendere sempre con il beneficio del dubbio).

-Perchè nei giorni in prossimità dell’arresta i giornali sono stati generosi di notizie sui contenuti della prima parte di archivio sequestrata e dei ritrovamenti del 6 agosto non si è saputo nulla?

-Posto che come afferma l’articolo di Repubblica i documenti verranno prodotti al processo in programma per il 22 ottobre, come verranno selezionati? Con quale criterio? Da chi? C’è da immaginare che verranno scelti in base all’attinenza con il filone di indagine di Reggio Calabria, ma che fine faranno tutti gli altri documenti sugli innumerevoli argomenti ed episodi che l’archivio sicuramente contiene?

-Nel pieno rispetto della necessaria riservatezza che temi come quelli oggetto dell’indagine richiedono, chi garantisce che i documenti digitali non verranno modificati ed utilizzati per altri scopi inquisitori alla luce della grande debolezza dei file e documenti digitali, modificabili con successo e senza lasciare tracce da un comune informatico?

-siamo proprio sicuri che da qui ad ottobre, nel silenzio della stampa, non si lavori per cercare di disinnescare l’”ordigno ad ologeria” costituito dall’archivio di Scajola, magari con il “lasciapassare interessato” del ministro dell’interno e dei contraenti del patto del Nazareno, in nome della stabilità e del bene del paese? Vi immaginate infatti cosa potrebbe contenere un archivio simile? Non solo in merito alle debolezze dei parlamentari o dei singoli, ma in merito ad aziende, operazioni economiche e strategiche, servizi di intelligence regolari e “paralleli”, malefatte di membri di tutti i partiti o dei governi Berlusconi sul piano nazionale ed internazionale, G8 di Genova, rapporti Dell’Utri-Libano, Finmeccanica, infrastrutture liguri e non solo, ecc?

Insomma, non sarebbe male se dell’archivio segreto di Scajola ci si occupasse un po’ di più, anche in sede Copasir, magari, o ci fossero più informazioni a disposizione, così come sarebbe preziosa una maggiore attenzione degli storici sul tema, alla luce del valore sconfinato di archivi come quello ritrovato che rischiamo seriamente di perdere o di vedere manomessi se non sapremo mantenere alta l’attenzione.

Aldo Giannuli negli anni novanta, rovistando tra le carte della commissione stragi, intuì l’esistenza di quello che divenne noto come l’”archivio della via Appia”: noi storici del futuro dovremo sperare di trovare delle cassettiere piene di chiavette usb? Non sarebbe la stessa cosa…

Martino Iniziato, Lapsus

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Ambiente e rumenta news

scritto da Angelo Amoretti il 17 settembre 2014 ore 12:40

Alla Marina tagliamo tre pini, così, tanto per toglierci il fastidio, e gli abitanti dicono che non era affatto necessario perché godevano di buona salute.
A Clavi, tempo fa, tanto per far spazio a una pensilina dell’autobus (peraltro mai fatta e che, per logica, sarebbe stata meglio dalla parte opposta) hanno tagliato un’acacia più vecchia di me. Per noi, fratelli di Clavi, aveva un significato particolare perché da piccoli ci tiravamo le freccette.
E ora leggo su La Stampa che ci sarebbe l’eventualità di riaprire la discarica di Ponticelli. E mi chiedo: ma non era stata completamente bonificata e non ci erano state piantate ben 95 giovani piante di ulivo, stando a quello che si legge qui?
Che facciamo, sotterriamo quei magnifici ulivi che di notte si illuminano senza sprecare un briciolo di energia elettrica?
Infine ci sarebbe questa ultima cosina di cui non vale nemmeno la pena discutere perché sono quisquilie.

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Aiuto, l’ebola ha contagiato anche ImperiaPost!

scritto da Angelo Amoretti il 10 settembre 2014 ore 16:24

Ieri, come centinaia di altri siti, anche il nostro portale preferito, che in teoria dovrebbe occuparsi dell’informazione di Imperia, ha dato la notizia con il titolo/trabocchetto:

Trabocchetto perché? Beh, è semplice: su Facebook un bel po’ di fans si saranno allarmati e avranno cliccato, con grande gioia dei pubblicitari e dell’editore:

Fin qui tutto bene: vuoi accumulare click per la pubblicità? Benissimo, è il tuo lavoro, in fondo.
Sarà che sono un illuso, ma tutto mi aspettavo (cani che si rompono una zampa inciampando in un tombino, gente che cade da un muro e si rompe un dito, ecc.ecc.) fuorché una notizia allarmante, falsa e che con la nostra città non c’entra niente.
Infatti oggi il Giornale.it scrive che la notizia è falsa:

E la Repubblica.it (che naturalmente ieri ha dato la notizia perché l’hanno data tutti) scrive che il test è negativo, trattasi di malaria:

Quindi dagli amici che scrivono sul portale più amato dagli imperiesi mi sarei aspettato un po’ più di attenzione e un po’ più di cautela, magari una verifica, prima di sparare la notizia sul sito.
Perché un conto è scrivere di un incendio di sterpaglie sulla colla di Bastera, l’altro è dare una notizia allarmante come questa.
Spero che sia stato un “incidente di percorso” che non abbia più a verificarsi perché personalmente preferisco un portale incisivo, critico e che si differenzi dagli altri, come pareva dovesse essere all’esordio.
Segnalo due link che potrebbero far aprire gli occhi e la mente anche ai miei concittadini che, purtroppo, cadono ancora in queste trappole:
Link 1 – Marcello Pamio: Epidemia di ebola? Prove tecniche di controllo
Link 2 – Rita Pani: C’avrà mica l’ebola?

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Imperia: Vele d’epoca 2014

scritto da Angelo Amoretti il 9 settembre 2014 ore 17:36

Sul sito ufficiale della manifestazione potete trovare tutte le info necessarie.

Lo Zen e le mani di flatting
Torna a Imperia la rassegna dedicata alle imbarcazioni storiche capolavori di un’arte antica. Anche nella manutenzione

Giorgio Bertone per Il Secolo XIX
In principio Dio creò il flatting. Ce n’era bisogno. La consorte di Noè mugugnava per l’umido nella cucina dell’Arca. Le giraffe soffrivano di reumatismi.
Il flatting è una vernice speciale per imbarcazioni, impermeabilizzante e trasparente. Se ne vuoi vedere i mirabili effetti ancora oggi, in tempi di vetroresina (il più grande problema di smaltimento del futuro) puoi andare a un raduno di magnifiche “Vele d’epoca” come quello offerto da domani a domenica a Imperia, uno dei migliori stadi del vento nel Mediterraneo. Ammirerai in generale le vele, gli alberi, le linee filanti degli scafi,così diversi dalle barche da regata di oggi, che sembrano vetture di F1.
Ma non dimenticare di puntare l’occhio sulle parti in legno trattate a flatting. Croce ma anche soddisfazione e orgoglio infiniti di ogni marinaio che sappia tenere stretto almeno un trefolo di rapporto con la tradizione. Infiniti come il lavoro richiesto.
Questa vernice esalta le venature del legno e lo tiene ben separato da un nemico quasi invincibile, l’acqua di mare; che anche ad assaggiarla restituisce il sapore più corrosivo e angoscioso che l’uomo negli anfratti del suo subconscio atavico possa ritrovare.
Un cestino sulla banchina, vicino alla passerella, con o senza un cartello di invito a lasciare le scarpe prima di salire a bordo, suggerisce sommessamente quello che ognuno dovrebbe già sapere. In realtà suggerisce un’ansia. Quella di coloro che debbono sobbarcarsi tutte le rifiniture.
Ad ogni buon conto chiunque salga, anche solo per una visita, si ricordi del proverbio da cantiere di un popolo oceanico come quello australiano: “You start flatting counting at seven”. Traducibile con: “Quando dài le mani di flatting comincia a contare dopo la settima”. Ovvero, le prime sette non contano, l’ottava è la prima.
Paul Valéry diceva che il nostro senso del tempo e dell’eternità va mutando da quando vanno scomparendo mestieri manuali come quello dei marinai magari durante interminabili bonacce equatoriali.
Non è un caso che l’uomo moderno senta ogni tanto l’esigenza della riscoperta della lentezza.E di sapere che ne esistono ancora, di yacht simili, di vederne e ammirarne ancora.
Equesto senso che tutti provano di essere di fronte a un’ “arte bella”, – come Conrad chiamava l’universo delle barche da diporto -, è generato pure dall’avvertenza che il lavoro umano, duro, preciso, perito, contento di sé, si è concretizzato ed è ancora oggettivato e visibile nella “cosa”.Come in unq uadro ben fatto. Il Dio dei marinai e della vela sta nei dettagli.
Quando da ragazzi si lavorava sulle barche, ti lasciavano al massimo carteggiare. Lungo lavoro di olio di gomito e carta vetro, prima del 400, ruvida, poi del 1000, fina fina. Allora intervenivano gli specialisti del cantiere che usavano il pennello come uno strumento sacro, con abilità e segreti irraggiungibili; attraverso la mano fissavano allo scafo non un componente chimico con i suoi solventi, ma un’esperienza dello spirito. Ancor oggi uno dei momenti più affascinanti (ma c’è la regata, ehi) è scrutare, durante la navigazione di bolina, le onde del mare accarezzare l’antico legno verniciato, la doppia translucidità: prima l’acqua salata, limpida o marmorizzata a seconda della forza dell’onda, poi la perfetta trasparenza della vernice. Insomma, linee del mare sopra linee del legno. Un miracolo dell’arte umana, irripetibile in altre situazioni. Perciò un meeting di simili barche è sempre un’esperienza unica per chi ha il respiro necessario a coglierne l’essenza.
Certo, le vele non sono più di cotone neppure qui, ma di dacron. Le scotte e le cime (le corde di manovra), non sono più di canapa, ma di sintetico. Anzi, qualche ditta le propone pure in dyneema, una fibra artificiale fortissima, ricoperta per l’occasione di canapa. Effetto “anticato”. Ciò non evita un inconveniente, che rende più sapide le regate: l’attrezzatura e le fibre moderne non sono elastiche come quelle dei tempi dei clipper di Conrad. Dunque sotto raffica sottopongono gli alberi, costruiti in lamellare di legno incollato, a sforzi immediati e più intensi. Lacrime e sangue e orgoglio per gli equipaggi, a volte privi dell’aiuto dei winch (verricelli), dunque capaci di manovrare a forza di braccia. Fuori delle regate,che durano poche ore, c’è chi naviga e manutiene contemporaneamente, come nella marineria classica. Durante le crociere imbarcazioni simili hanno bisogno di cure continue.
Se non la più lunga, la più straordinaria navigazione che io abbia ammirato è quella di Time Pauline Carr, che con un 20 metri, basso di bordo e a vele auriche, sono partiti nel 2009 da Malta per arrivare nell’Oceano Antartico (South Georgia), lavorando di timone, terzaroli e pennello. Arrivati nell’isola di ghiaccio, dove rimasero per un anno, “già che erano lì”,come si dice a bordo, restaurarono anche la minichiesetta dei balenieri norvegesi, abbandonata da tempo. Il loro libro (ormai raro:“Antarctic Oasis. Under the spell of South Georgia”) non dovrebbe mancare nella libreria di poppa, tra la collezione di brandy e le carte nautiche, in ogni barca d’epoca che si rispetti.

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