I “banditi” della Cultura – Gli intellettuali di fronte al fascismo

scritto da Angelo Amoretti il 11 maggio 2015 ore 17:07

Sabato 16 maggio 2015 presso la Sala Consiliare di Piazza Dante (Imperia), dalle 15.30 alle 18.30 si terrà un convegno di studi nell’ambito delle iniziative per il 70° anniversario della Liberazione dal titolo

I “banditi” della Cultura – Gli intellettuali di fronte al fascismo e l’esperienza di Pietro Chiodi.

Dopo il saluto di Giovanni Rainisio, Presidente dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’età contemporanea, interverranno:

Pasquale Indulgenza (”La cultura filosofica italiana e il fascismo”)

Silvio Zaghi (”Gli scienzati italiani e le leggi razziali”)

Claudio Badano (”Pietro Chiodi: il pensiero filosofico e militante”)

Il convegno è aperto a tutti e la cittadinanza è cordialmente invitata.
Di seguito la locandina:

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All’Attrito mostra fotografica sui crimini dell’Italia fascista in Jugoslavia

scritto da Angelo Amoretti il 6 maggio 2015 ore 19:22

Domani sera alle 21.15 in via Bossi 43, presso il Teatro dell’Attrito, sarà inaugurata la mostra fotografica sui crimini dell’Italia fascista in Jugoslavia, dal titolo “Testa per dente” con la collaborazione dell’A.N.P.I. di Sanremo che ha fornito tutto il materiale.
A seguire il film documentario “Oltre il filo” di Dario Minigutti.
Il film “Oltre il filo” fa luce su uno dei passaggi meno noti della seconda guerra mondiale, l’attività in Italia – tra il 1942 e l’8 settembre del ‘43 – di numerosi campi di concentramento, dove furono internati gli abitanti di interi villaggi sloveni e croati delle zone occupate dall’esercito italiano. Contrariamente ai campi di sterminio nazisti, divenuti luoghi della memoria, i campi di prigionia italiani furono smantellati al termine della guerra. Del campo di Gonars, aperto nella primavera del 1942, su cui si concentra la ricerca di Minigutti, restano oggi soltanto le latrine di cemento in un campo di mais. Eppure in quello stesso luogo, in diciotto mesi morirono oltre 400 persone di cui 71 bambini sotto l’anno di età.
[Fonte]
A chi volesse saperne di più sulle manipolazioni delle fotografie dell’epoca – usate dalla propaganda fascista dei giorni nostri – e sugli scempi compiuti dai fascisti italiani in Jugoslavia, consiglio la lettura di questo post.

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A vaggu o A vegnu (vado o vengo)?

scritto da Angelo Amoretti il 4 maggio 2015 ore 12:29

A Marina Avegno voglio bene, diciamolo subito: è stata ottima maestra di mio figlio alle elementari, tra l’altro.
Poi l’ho persa di vista, ma so bene che era stata eletta sindaco di San Lorenzo al Mare (IM) appoggiata dal PDL e che ha svolto egregiamente il suo ruolo (nella foto qua sotto possiamo ammirarla insieme a Claudio Scajola, Francesco Guardachebellavista Caltagirone e la sua ex fidanzata Beatrice Parodi all’inaugurazione del porto turistico di San Lorenzo al Mare)

Marina Avegno

Poi l’ho persa di vista e ora me la ritrovo nella lista “Liguri con Paita” con, tra gli altri, Argirò e Cascino ad appoggiare una che con il fu PDL ha, almeno apparentemente, poco da spartire.
E mi domando: dove ho sbagliato? Quale è il percorso politico di una persona che la porta da uno schieramento all’altro? Dopo ampie discussioni in famiglia e con gli elettori, che avrà detto? A vegnu?

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Regionali 2015: già avvistati gli incrociatori nel mar Ligure

scritto da Angelo Amoretti il 3 maggio 2015 ore 19:43

Claudio Scajola è in panchina: ce lo aveva messo Giovanni Toti quando di lui aveva detto: “E’ stato un buon coordinatore, ma anche i numeri 10 devono andare in pensione“.
In ogni caso, si legge sul Secolo XIX del primo Maggio, anche dalla panchina tenterà di fare eleggere suo nipote Marco, sebbene il “marchio Scajola” non basti più.
Forza Italia in Liguria è al 10% e probabilmente riuscirà a fare eleggere solo tre consiglieri: due a Genova e uno a Savona, per cui lo zio ce la metterà tutta e si prevede un incrocio di voti da far girare la testa: tipo che gli affezionati potrebbero votare un candidato consigliere di un colore (Marco) e un presidente dell’altro (vai a sapere chi).
E’ sembrato abbastanza palese nell’uscita imperiese di Toti: ai bagni Oneglio della Marina c’erano quattro gatti a scodinzolargli intorno e lo spettacolo non era molto incoraggiante.
Toti, nel caso perdesse le elezioni, avrebbe una sola attenuante: impossibile lottare contro la corazzata Paitiomkin. E gli andrà di lusso, sennò in panchina andrebbe mandato lui, su quella del parco.
Ma il capace consigliere di Berlusconi farà come Kaiser Souse: sparirà e non sentiremo più parlare di lui. La poltrona comoda, del resto, ce l’ha a Strasburgo.

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Regionali 2015 – C’è un problema nel M5S?

scritto da Angelo Amoretti il 28 aprile 2015 ore 16:03

La Casa della Legalità ha scoperto che un attivista del M5S, sostenitore della candidata Alice Salvatore, è Carmine Mafodda.
Sollecitati a dare una risposta, la Salvatore ha detto che non importa e Mafodda ha scritto di ritenersi una brava persona, pur portando quel cognome.
Risposte che non soddisfano la Casa della Legalità che vorrebbe una più chiara presa di posizione contro la ‘ndrangheta.
Ho fatto la sintesi della questione che potete leggere qua nei dettagli.
Trovo che obiettivamente ci sia un problema che però fa sorgere dei dubbi.
Siamo d’accordo sul fatto che Mafodda potrebbe portare voti di ‘ndranghetisti al M5S alle regionali, ma mi risulta che a Diano Marina, per esempio, ci siano almeno cinque famiglie poco raccomandabili e allora mi chiedo: per chi voteranno?
Se è chiaro, ma fino a un certo punto, che la famiglia Mafodda voterà per la Salvatore, con tutte le altre famiglie (e in questi anni abbiamo visto quante ce ne sono da Ventimiglia a La Spezia) come la mettiamo?
E’ quindi palese un’altra cosa: chi è vicino, o fa parte di certi ambienti, vota e vota per chi vuole.
Come si dovrebbe procedere: impedir loro di votare?
Sarebbe meglio non avere certi personaggi tra i piedi in campagna elettorale, o alle primarie; sarebbe opportuno non farsi fotografare insieme a loro; bisognerebbe dire, magari ipocritamente, che non si vogliono i loro voti, ma il giorno delle votazioni anche loro andranno al seggio e metteranno la scheda nell’urna.
Quindi non vedo una soluzione: se uno va a votare, significa che ne ha il diritto e non gli si può togliere.
L’unico modo per poter accusare  qualche candidato di aver preso voti dagli ‘ndranghetisti (o gentaglia simile), sarebbe quello di avere delle intercettazioni che lo dimostrassero.
Non vedo altre vie di uscita.
Voi cosa ne pensate?

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Regionali 2015 – La Paita e la Resistenza

scritto da Angelo Amoretti il 27 aprile 2015 ore 08:01

Ricapitolando: la Costituzione è nata dai valori della Resistenza.
Renzi, il suo partito e il suo governo la stanno rottamando, quindi trovo bizzarro e contraddittorio che Raffaella Paita il giorno della Liberazione se ne esca per dire che “celebrare la Resistenza oggi è un atto politico” e che la Resistenza è “l’impegno per la difesa dei valori della democrazia contro la minaccia del nuovo fascismo“.
Forse fa finta di non sapere o non vede che il “nuovo fascismo” ce l’ha in casa: basta informarsi su quello che combina il suo amato capo a Roma.
Non contenta del neofascismo che sta nascendo in Italia, lancia allarmi anche per quello che starebbe nascendo in Europa: se non ha ancora capito le cause e se non vuole che Marine Le Pen sia il prossimo presidente della Francia, si tolga il paraocchi e veda di scoprire chi era prima contro e dopo pro Euro o contro e poi pro l’immigrazione clandestina: il suo gran capo Napolitano ai cui piedi si prostrano tutti e che continua allegramente a parlare di “nuovo ordine mondiale”.
Ma restiamo nel locale: la Paita un giorno è contenta, l’altro scontenta.
Quando NCD ha detto no all’entrata nella sua coalizione (nonostante i tentativi di accordo di Burlando con il partito di Alfano), la carismatica prossima presidente della Regione ha dichiarato che se avesse perso per due punti sarebbe stata colpa loro (dei nuovicentristidestri), ma quando ha visto la squadra di Toti le si è rialzato il morale: “Con quelli lì faccio il pieno“.
Avevo già detto che se il centrodestra non avesse tirato fuori un coniglio dal cilindro, avrebbe avuto poche speranze di batterla e ne sono sempre più convinto.
Verrebbe da pensare che negli accordi tra Berlusconi e Renzi ci sia anche la voce “Regionali” (la Paita ha sentito parlare di un patto denominato “del Nazareno“, vero?

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Imperia: alla mensa dei poveri bisogna prenotare

scritto da Angelo Amoretti il 21 aprile 2015 ore 19:08

Riporto un articolo di Giorgio Bracco pubblicato su La Stampa di oggi, per riflettere:

Richieste in aumento e la sala da pranzo è diventata troppo piccola

«Ogni giorno accogliamo dodici persone. Un numero simbolico, dodici come gli apostoli. Le persone si devono prenotare e iscriversi nella lista. Gli altri si devono accontentare del cosiddetto sacchetto. Si dà quello che passa il convento. La provvidenza è grande e basta sempre per il primo e il secondo piatto, la frutta o il dolce. La lista si rinnova ogni settimana dando anche agli altri la possibilità di mangiare un piatto caldo. Quando il numero supera il 12 (succede spesso) ci comportiamo in questa maniera: se c’è una persona in più la accogliamo lo stesso per non mandarla da sola con il sacchetto. Se sono 14 o più, ne accogliamo 12 e agli altri diamo un sacchetto di viveri (un panino, una scatoletta di tonno, una di carne, un formaggino, un frutto, un dolce). Il numero medio dei poveri che bussano alla porta per mangiare è 14-15 per giorno».
Le parole di Fra Andrea, padre francescano e guardiano della chiesa-convento dei Cappuccini di piazza Roma, pubblicate sul bollettino parrocchiale «Ascoltami», spiegano – più di ogni altra cosa – la situazione di grande difficoltà, sociale ed economica, di tanti, non solo extracomunitari o clochard, ma anche italiani. Gente di ogni età, costretta dagli eventi a chiedere un pasto caldo o un pacchetto viveri ai Cappuccini imperiesi.
«Noi frati cappuccini non abbiamo un’attività specifica: missioni, opere di carità, parrocchie, scuole, ospedali… – continua Fra Andrea – dobbiamo semplicemente sforzarci di fare da ponte tra gli uomini. La mensa dei poveri presso il nostro convento è una piccola testimonianza di questa realtà storica». Fra Andrea è un giovane francescano molto amato e apprezzato a Porto Maurizio, e non solo dai parrocchiani. Un anno fa, durante il tradizionale rito pasquale del Giovedì Santo, nel lavare i piedi ai poveri ha chiesto ai fedeli non le solite offerte in denaro ma viveri per la mensa. Il risultato? Decisamente positivo. Sono in continua crescita le offerte di generi alimentari di associazioni e privati. Tanto che, come sottolinea lo stesso Fra Andrea, «non abbiamo più bisogno di rivolgerci alle fondazioni».
Nelle ultime settimane è nato il progetto per una raccogliere fondi per rendere l’ambiente più accogliente e risistemare la sala da pranzo. Il locale sinora utilizzato è diventato troppo piccolo, viste e considerate le richieste di ospitalità in aumento. «Grazie a Dio, grazie ai benefattori che fanno carità e grazie ai poveri che, bussando alla porta e chiedendo il pane, ci aprono la porta del Paradiso», si congeda Fra Andrea. Tra i più assidui benefattori del convento ci sono i volontari dell’Ordine di Malta e gli operatori dell’Aido (associazione italiana donatori organi). «Il nostro è un progetto di aiuto verso i nostri concittadini che versano in stato di povertà», conferma Corrado Milintenda, portavoce del corpo italiano di soccorso dell’Ordine di Malta.

Giorgio Bracco – La Stampa, 21 aprile 2015

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Regionali 2015 – Il PD perde i pezzi: Scibilia si ritira

scritto da Angelo Amoretti il 20 aprile 2015 ore 09:03

Nonostante il suo profilo su Facebook sia “semi-chiuso”, Riviera24 pubblica lo “stato” del piddino Sergio Scibilia che, fino a ieri mattina, su la Stampa, era dato per probabile assessore regionale in Liguria.
Visto che la privacy sul suddetto social va a farsi benedire un giorno sì e l’altro pure e che il portale lo ha reso visibile al mondo intero, lo riporto anche io perché lo ritengo interessante:

Ora credo che non ci siano più segreti, io il 31 maggio non sarò candidato alle elezioni Regionali.
Questa non è stata un decisione personale, ma discussa e ragionata all’interno del Pd, il mio partito – scrive Scibilia, che prosegue – Credo ancora nella disciplina e nel dovere di appartenenza ad un partito politico.
In tanti mi stanno chiedendo in questi giorni se sia giusta questa decisione di non ricandidarmi, pur avendo fatto una sola legislatura .
Io credo di si, così è stato deciso e così farò.
Sarò in campagna elettorale affianco alla candidata Presidente Lella Paita, vincitrice assoluta delle primarie , persona onesta, capace, energica , preparata , attenta e di grande esperienza .
Sosterrò come consigliere Massimo Donzella , uno dei candidati espressi dell’area Paita, mio amico , con cui ho collaborato in modo positivo per cinque anni.
Amministratore conoscitore dei problemi del territorio , sempre presente alle attività istituzionali e buon esperto della macchina regionale .
Mi impegnerò in questa campagna, troppo avvelenata e cattiva, come se fossi candidato personalmente .
La Liguria ha la necessità di essere ancora governata con persone competenti .
Non posso pensare che “paracadutati” da Roma o da Bruxelles , possano diventare protagonisti del mio futuro .
Io credo nella coerenza, nella schiettezza dei pensieri , delle idee.
Non mi piacciono i traditori , i meschini , chi sguazza nel torbido, chi ancora oggi ha responsabilità di governo nella Giunta Burlando e lavora contro il Pd.
Ringrazio infine una persona speciale , Claudio Burlando.
Ringrazio la mia famiglia , tutti coloro che mi sono stati vicini in questi cinque anni e saluto in modo particolare chi “rosica” ancora dei miei ” piccoli” e “modesti ” obiettivi che ho raggiunto .
Ancora oggi mi appassiona la politica, la competizione , il confronto acceso.
Mi appassiona ancora la buona amministrazione , combattere certe ingiustizie, certe angherie di potere, certa stupidità politica – conclude Scibilia – Mi piace ancora costruire qualcosa per il futuro.
Quindi sicuramente , rifarei tutto al 99,99% di quello che ho fatto sino ad oggi, sempre convinto sostenitore e servitore solo del Partito Democratico , non avendo avuto mai nessun padrone e non essendo mai stato servo di nessuno . Spirito libero.
Forza Paita, avanti Pd 
Votate Donzella.

E’ il secondo caso di “arrivederci e grazie” di un piddino locale che mi capita di venire a sapere.
Il primo, lo ricorderete, fu quello di Giorgio Montanari che lasciò il Partito Democratico e il consiglio comunale senza però aver mai dato una spiegazione.
Scibilia invece la fornisce in parte scrivendo di “traditori” e “paracadutati da Roma e Bruxelles” e sarebbe interessante sapere di chi scrive, nello specifico, così, per curiosità.
Non conosco Scibilia, ma uno che dice di non essere  mai stato “servo di nessuno” e rinuncia a una possibile poltrona da 8-10 mila euro al mese, è da salutare con rispetto, nonostante tutto.

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Lo scrittore Marino Magliani intervista Daniele La Corte

scritto da Angelo Amoretti il 18 aprile 2015 ore 15:19

Impressioni e qualche domanda a Daniele La Corte, autore di “La casa di Geppe”.

Non fosse per quel paesaggio collinare e i tempi della Resistenza che informano fin da subito sul dove siamo e cosa succede, e sulla povertà delle campagne piemontesi che appaiono come se si leggessero epiche fenogliane o le fughe a schiena bassa tra i filari che ci ha lasciato Pavese, di primo acchito la figura di Geppe potrebbe ricordare i romanzi di Emanuel Bove. Certo, qui manca la città che stritola, come manca la tenaglia dell’angoscia esistenziale, ma è quel Geppe perdente, orfano, maltrattato fin da bambino, a legarsi in modo così naturale a una certa letteratura. Noi conosciamo Geppe che è un giovane contadino, vivente del poco che danno la campagna e le bestie, e quel poco bisogna dividerlo coi proprietari della cascina. (Sia chiaro, il prezzo di questo libro lo vale da solo l’attento studio antropologico di La Corte: sembra di leggere “Il mondo dei vinti”, di Nuto Revelli, con le sue frasi in dialetto piemuntais e le testonianze “in presa diretta” dei braccianti.) Ma sono poche pagine, quelle del Geppe perdedor intendo, perché quando entrano in gioco Carmen e Pablo entra in gioco la storia, o la Storia. E allora, a quel punto, è come se a Geppe, persona mai coinvolta in fatti notevoli, fosse chiesto di “fare qualcosa”.
Faccia qualcosa” chiede la signora Delgado a Pereira sul treno, tornando a Lisboa, mentre stanno nel vagone ristorante a guardare il paesaggio del Tago. Faccia qualcosa per il Portogallo, intende la signora Delgado, per la libertà del Portogallo oppresso dal salazarismo, qualcosa per far cessare quest’aria di morte. Di nuovo, quante somiglianze, pur in tutt’altre trame e genesi, pur forzando, quanta letteratura che lascia respirare libertà. Leggete infatti La casa di Geppe e dite se quando si presentano a noi Carmen e Pablo non è come se avessimo davanti Monteiro Rossi e Marta di “Sostiene Pereira”? Entrambi giovani e perseguitati dal fascismo, entrambi uniti dall’amore – anche se i giovani di “Sostiene Pereira” sono portoghesi e mezzi italiani – per la causa repubblicana spagnola. Entrambi uniti da un destino che non riveleremo, ecco, dunque, che in sostanza, benché uno sia un cittadino, un intellettuale, giornalista, cattolico, cardiopatico con una vita che scorre nel ricordo di una moglie morta, e l’altro un relitto della campagna calpestatata nei secoli, Pereira e Geppe finiscono per scegliere di stare dalla stessa parte. Geppe si mette in gioco proteggendo la coppia di giovani fuggiaschi spagnoli e dando copertura a Henry, (inglese, antifascista, e agente, che entrerà in contatto con la Resistenza) e nascondendo la sua moto Norton. E il romanzo si chiuderà con la fine della guerra di Liberazione. Anzi, con una domanda.

Nell’introduzione si parla di microcosmo, ma a parte la vita del paese, con podestà, fascisti e antifascisti e gente che sta a guardare, e persino un prete (non assomiglia al padre António che discute con Pereira sulle posizioni di Mauriac e Bernanos, ma don Giustino è comunque un antifascista quanto lo è padre António ed è anche molto pratico: per farsi passare le informazioni chiede a Geppe se vuole confessarsi), a parte quella chiusura iniziale di luoghi, dopo un po’ gli spazi si aprono a ventaglio, e dal Piemonte si cala in Liguria come se si calasse nella nostra, di Storia. Si cala in quello che è il nostro microcosmo, popolato dalle nostre icone.
Ventuno capitoli che raccontano i venti mesi, Daniele La Corte, con salti in Spagna ai tempi dei terrori falangisti, con pagine sul pallone elastico e la Liguria, si diceva, tanta Liguria, con i miti che noi tutti (la grande parte) riconosciamo, come Felice Cascione, Silvio Bonfante e persino leggende viventi come Carlo Trucco, e una sezione iconografica che mostra un Trucco roccioso e solare.

Quando è nata questa storia?

L’idea di Geppe nasce dai ricordi dell’infanzia. Mia madre, monregalese, mi ha sempre raccontato la realtà di un mondo diverso da quello che vivevo io nato davanti al mare di Alassio. È la voglia di non dimenticare, di non strappare le radici dove una parte della mia famiglia, quella materna appunto, aveva visto il succedersi di eventi tragici e spesso discordanti tra loro. I racconti che avevano come teatro l’ambiente bucolico di un Piemonte attraversato da situazioni difficili mi ha sempre affascinato. Geppe è un personaggio che prende corpo da una memoria viva, dal contadino che avevo visto più volte lavorare nella stalla di miei parenti proprietari di cascine e bestiame. Così nel mix di ricordi ho cercato di dar vita a un personaggio frutto di realtà e fantasia. Nel settantesimo anniversario della Liberazione ho pensato di cimentarmi in un romanzo che possa, mi auguro, avvicinare più facilmente i giovani alla Storia del nostro Paese diventato libero grazie alla Resistenza.

Il romanzo è impreziosito da un’intelligente prefazione di Giancarlo Caselli. Come è nata questa collaborazione?

La legalità è da sempre il mio chiodo fisso e Geppe, nella mia testa, rappresenta, o almeno dovrebbe rappresentare il senso civico di chi, anche povero e diseredato, tiene la schiena dritta. Ecco perché ho chiesto al dottor Caselli, che più volte ho intervistato nella mia vita di cronista, se voleva darmi il suo contributo per un lavoro all’insegna della legalita contro ogni sopruso. Giancarlo Caselli è un’icona contro la mafia, contro lo strapotere del malaffare, simbolo dei magistrati coraggiosi che il potere ha cercato, in diversi modi, di bloccare. Ci sono riusciti bloccandogli la carriera con una legge ad personam, ma non sono riusciti, neppure oggi, a bloccargli la parola è la forza di essere uomo libero vessillo della legalità

Di tuo avevo guardato Storie di uomini e di donne (Calvo editore, 1995). Me l’aveva regalato un grande amico, scomparso da alcuni anni, ma ben presente e molto amato da questa città. Si tratta di Franco Pullia, che pubblicava i suoi saggi con il Centro Editoriale Imperiese di Emilia Ferrari. Ebbene, ricordo che anche in quel tuo libro rivivevano i racconti partigiani. E la cosa che più mi aveva impressionato era stata la forza di una lingua fedelissima, apparentemente semplice, ma molto sorvegliata. Io la conoscevo bene: era la lingua che ascoltavo da bambino, negli anni sessanta, seduto sui muretti del carruggio, gli occhi alti, sulle pietraie che circondano Pistuna, lassù dove cadeva la luce e restava un fuoco a divorare le stagioni. Raccontaci la lingua di La casa di Geppe.

È il fulcro del dialogo di persone di cultura e nazionalità diverse che hanno come base la forte volontà di strappare le catene che impedivano libertà di espressione di movimento. Il cocktail di lingue, il misto di spagnolo, inglese e stentato italiano sono per me l’immagine fantastica di un’Europa che metteva già allora fondamenta salde per l’unione tra i popoli. Geppe è l’Italia che si scrolla da dosso il giogo nazifascista, il nazionalismo anacronistico e insulso dell’uomo solo al comando.

E adesso?

La domanda non trova facile risposta. Ciò che Geppe e gli altri cercavano ha lasciato molti con la bocca amara. L’Unità tra i popoli non si è avverata e la globalizzazione si è sostituita, in maniera abnorme, all’individualità dei singoli che per l’Italia libera e democratica hanno dato la vita. Forse, come Geppe, ci aspettavamo di più sperando che il Paese crescesse non solo economicamente ma anche culturalmente. Ai tanti Geppe sparsi per il mondo auguro la scoperta di una casa comune dalle pareti di vetro dove il governo sia veramente del popolo e non di un nutrito gruppo di parassiti pronti a sfruttare il lavoro del più debole.

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Il camerata Fabio Tortosa con la Ceres in mano

scritto da Angelo Amoretti il 15 aprile 2015 ore 10:31

Visto che il G8 del 2001 di Genova mi ha toccato da vicino, a seguito delle deliranti dichiarazioni del signor Fabio Tortosa sulla sua pagina FB che al momento avrete letto tutti, riporto un articolo che ritengo interessante.
Con Imperia, in sé, ha poco a che vedere, ma forse sì, visto che il ministro dell’interno dell’epoca era Claudio Scajola. Mi si perdonerà, quindi, se mi occupo un attimo della faccenda.

E adesso radiate il camerata che infanga tutta la polizia
Alessandro Cassinis – Il Secolo XIX

Vorrei chiedere al camerata Fabio Tortosa, l’eroe del VII nucleo di polizia che con “giovane vigoria” ha sfidato la sorte irrompendo in una scuola di ragazzi già picchiati,stanchi e mezzo addormentati, perché non si è vantato di questa ardita impresa davanti ai magistrati che lo hanno indagato.
Vorrei sapere perché un uomo così coraggioso, che rivendica e giustifica un’azione da libro di storia, ha aspettato che tutto venisse prescritto, che l’accusa gettasse la spugna davanti a tutte quelle divise anonime e quei caschi impenetrabili di gladiatori come lui che picchiavano e torturavano ragazzine e poveri diavoli di ogni età, prima di dichiarare che vorrebbe farlo “mille e mille volte”.
Anch’io quella notte ero alla Diaz, camerata Tortosa. Eravamo in tanti, malgrado lei, a cercare una ragione di quel sangue sui caloriferi, di quei bastoni macchiati di rosso e sporchi di capelli, di quei ragazzi che piangevano e tremavano e cercavano la loro roba in mezzo a un campo di battaglia.
Vorrei sapere perché un assaltatore così ardimentoso, quando hanno identificato e chiamato a deporre i suoi capisquadra, non ha avuto il fegato di presentarsi spontaneamente, visto che era indagato, per assumersi con queste virili parole la responsabilità della più vergognosa soppressione dei diritti civili che l’Italia repubblicana e democratica ha dovuto subire, e che ci ha esposto a una condanna internazionale e all’esecrazione del mondo.
Vorrei sapere perché ha aspettato quattordici anni per augurarsi che Carlo Giuliani «faccia schifo ai vermi».
Vorrei sapere perché ora che ha finalmente espresso il suo “entusiasmo cameratesco” e ha dato libero sfogo alla sua indole fascista, ha ritirato la mano e cancellato la sua pagina su Facebook malgrado i 180 “mi piace” vergati con cuore indomito dai patrioti in divisa che come lei difendono il popolo italiano anche se non se lo merita.
Ora è tardi, camerata Tortosa. Da cittadino che paga le tasse per avere una polizia onesta e rispettosa della nostra Costituzione mi aspetto che almeno lei faccia la fine che avrebbero dovuto fare i suoi superiori: la radiazione perenne e insindacabile da una Polizia di Stato che non merita il fango delle sue parole.
È una magra consolazione per la ferita che Genova si porta dentro dal 2001, lo so. E sarà facile per il ministro Alfano alzare la voce con un piccolo agente esaltato come lei. Ma è da qui che si deve partire per ridare un senso alla giustizia e alla legalità di questo Paese: lei non rischia più nulla davanti alla legge, camerata Tortosa, ma non è degno di indossare quella divisa che ha infangato la notte del 22 luglio 2001 e che ora torna a insozzare con queste intollerabili parole.
Mi aspetto le repliche indignate dei suoi camerati. Non mi troveranno “con una Ceres in mano”, come dice lei, ma con la certezza che una polizia migliore è possibile, e che sicuramente c’è. Non invoco Batman, camerata Tortosa. Per la sicurezza mia e degli altri cittadini basta un bravo poliziotto.

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