Lo scrittore Marino Magliani intervista Daniele La Corte

scritto da Angelo Amoretti il 18 aprile 2015 ore 15:19

Impressioni e qualche domanda a Daniele La Corte, autore di “La casa di Geppe”.

Non fosse per quel paesaggio collinare e i tempi della Resistenza che informano fin da subito sul dove siamo e cosa succede, e sulla povertà delle campagne piemontesi che appaiono come se si leggessero epiche fenogliane o le fughe a schiena bassa tra i filari che ci ha lasciato Pavese, di primo acchito la figura di Geppe potrebbe ricordare i romanzi di Emanuel Bove. Certo, qui manca la città che stritola, come manca la tenaglia dell’angoscia esistenziale, ma è quel Geppe perdente, orfano, maltrattato fin da bambino, a legarsi in modo così naturale a una certa letteratura. Noi conosciamo Geppe che è un giovane contadino, vivente del poco che danno la campagna e le bestie, e quel poco bisogna dividerlo coi proprietari della cascina. (Sia chiaro, il prezzo di questo libro lo vale da solo l’attento studio antropologico di La Corte: sembra di leggere “Il mondo dei vinti”, di Nuto Revelli, con le sue frasi in dialetto piemuntais e le testonianze “in presa diretta” dei braccianti.) Ma sono poche pagine, quelle del Geppe perdedor intendo, perché quando entrano in gioco Carmen e Pablo entra in gioco la storia, o la Storia. E allora, a quel punto, è come se a Geppe, persona mai coinvolta in fatti notevoli, fosse chiesto di “fare qualcosa”.
Faccia qualcosa” chiede la signora Delgado a Pereira sul treno, tornando a Lisboa, mentre stanno nel vagone ristorante a guardare il paesaggio del Tago. Faccia qualcosa per il Portogallo, intende la signora Delgado, per la libertà del Portogallo oppresso dal salazarismo, qualcosa per far cessare quest’aria di morte. Di nuovo, quante somiglianze, pur in tutt’altre trame e genesi, pur forzando, quanta letteratura che lascia respirare libertà. Leggete infatti La casa di Geppe e dite se quando si presentano a noi Carmen e Pablo non è come se avessimo davanti Monteiro Rossi e Marta di “Sostiene Pereira”? Entrambi giovani e perseguitati dal fascismo, entrambi uniti dall’amore – anche se i giovani di “Sostiene Pereira” sono portoghesi e mezzi italiani – per la causa repubblicana spagnola. Entrambi uniti da un destino che non riveleremo, ecco, dunque, che in sostanza, benché uno sia un cittadino, un intellettuale, giornalista, cattolico, cardiopatico con una vita che scorre nel ricordo di una moglie morta, e l’altro un relitto della campagna calpestatata nei secoli, Pereira e Geppe finiscono per scegliere di stare dalla stessa parte. Geppe si mette in gioco proteggendo la coppia di giovani fuggiaschi spagnoli e dando copertura a Henry, (inglese, antifascista, e agente, che entrerà in contatto con la Resistenza) e nascondendo la sua moto Norton. E il romanzo si chiuderà con la fine della guerra di Liberazione. Anzi, con una domanda.

Nell’introduzione si parla di microcosmo, ma a parte la vita del paese, con podestà, fascisti e antifascisti e gente che sta a guardare, e persino un prete (non assomiglia al padre António che discute con Pereira sulle posizioni di Mauriac e Bernanos, ma don Giustino è comunque un antifascista quanto lo è padre António ed è anche molto pratico: per farsi passare le informazioni chiede a Geppe se vuole confessarsi), a parte quella chiusura iniziale di luoghi, dopo un po’ gli spazi si aprono a ventaglio, e dal Piemonte si cala in Liguria come se si calasse nella nostra, di Storia. Si cala in quello che è il nostro microcosmo, popolato dalle nostre icone.
Ventuno capitoli che raccontano i venti mesi, Daniele La Corte, con salti in Spagna ai tempi dei terrori falangisti, con pagine sul pallone elastico e la Liguria, si diceva, tanta Liguria, con i miti che noi tutti (la grande parte) riconosciamo, come Felice Cascione, Silvio Bonfante e persino leggende viventi come Carlo Trucco, e una sezione iconografica che mostra un Trucco roccioso e solare.

Quando è nata questa storia?

L’idea di Geppe nasce dai ricordi dell’infanzia. Mia madre, monregalese, mi ha sempre raccontato la realtà di un mondo diverso da quello che vivevo io nato davanti al mare di Alassio. È la voglia di non dimenticare, di non strappare le radici dove una parte della mia famiglia, quella materna appunto, aveva visto il succedersi di eventi tragici e spesso discordanti tra loro. I racconti che avevano come teatro l’ambiente bucolico di un Piemonte attraversato da situazioni difficili mi ha sempre affascinato. Geppe è un personaggio che prende corpo da una memoria viva, dal contadino che avevo visto più volte lavorare nella stalla di miei parenti proprietari di cascine e bestiame. Così nel mix di ricordi ho cercato di dar vita a un personaggio frutto di realtà e fantasia. Nel settantesimo anniversario della Liberazione ho pensato di cimentarmi in un romanzo che possa, mi auguro, avvicinare più facilmente i giovani alla Storia del nostro Paese diventato libero grazie alla Resistenza.

Il romanzo è impreziosito da un’intelligente prefazione di Giancarlo Caselli. Come è nata questa collaborazione?

La legalità è da sempre il mio chiodo fisso e Geppe, nella mia testa, rappresenta, o almeno dovrebbe rappresentare il senso civico di chi, anche povero e diseredato, tiene la schiena dritta. Ecco perché ho chiesto al dottor Caselli, che più volte ho intervistato nella mia vita di cronista, se voleva darmi il suo contributo per un lavoro all’insegna della legalita contro ogni sopruso. Giancarlo Caselli è un’icona contro la mafia, contro lo strapotere del malaffare, simbolo dei magistrati coraggiosi che il potere ha cercato, in diversi modi, di bloccare. Ci sono riusciti bloccandogli la carriera con una legge ad personam, ma non sono riusciti, neppure oggi, a bloccargli la parola è la forza di essere uomo libero vessillo della legalità

Di tuo avevo guardato Storie di uomini e di donne (Calvo editore, 1995). Me l’aveva regalato un grande amico, scomparso da alcuni anni, ma ben presente e molto amato da questa città. Si tratta di Franco Pullia, che pubblicava i suoi saggi con il Centro Editoriale Imperiese di Emilia Ferrari. Ebbene, ricordo che anche in quel tuo libro rivivevano i racconti partigiani. E la cosa che più mi aveva impressionato era stata la forza di una lingua fedelissima, apparentemente semplice, ma molto sorvegliata. Io la conoscevo bene: era la lingua che ascoltavo da bambino, negli anni sessanta, seduto sui muretti del carruggio, gli occhi alti, sulle pietraie che circondano Pistuna, lassù dove cadeva la luce e restava un fuoco a divorare le stagioni. Raccontaci la lingua di La casa di Geppe.

È il fulcro del dialogo di persone di cultura e nazionalità diverse che hanno come base la forte volontà di strappare le catene che impedivano libertà di espressione di movimento. Il cocktail di lingue, il misto di spagnolo, inglese e stentato italiano sono per me l’immagine fantastica di un’Europa che metteva già allora fondamenta salde per l’unione tra i popoli. Geppe è l’Italia che si scrolla da dosso il giogo nazifascista, il nazionalismo anacronistico e insulso dell’uomo solo al comando.

E adesso?

La domanda non trova facile risposta. Ciò che Geppe e gli altri cercavano ha lasciato molti con la bocca amara. L’Unità tra i popoli non si è avverata e la globalizzazione si è sostituita, in maniera abnorme, all’individualità dei singoli che per l’Italia libera e democratica hanno dato la vita. Forse, come Geppe, ci aspettavamo di più sperando che il Paese crescesse non solo economicamente ma anche culturalmente. Ai tanti Geppe sparsi per il mondo auguro la scoperta di una casa comune dalle pareti di vetro dove il governo sia veramente del popolo e non di un nutrito gruppo di parassiti pronti a sfruttare il lavoro del più debole.

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Il camerata Fabio Tortosa con la Ceres in mano

scritto da Angelo Amoretti il 15 aprile 2015 ore 10:31

Visto che il G8 del 2001 di Genova mi ha toccato da vicino, a seguito delle deliranti dichiarazioni del signor Fabio Tortosa sulla sua pagina FB che al momento avrete letto tutti, riporto un articolo che ritengo interessante.
Con Imperia, in sé, ha poco a che vedere, ma forse sì, visto che il ministro dell’interno dell’epoca era Claudio Scajola. Mi si perdonerà, quindi, se mi occupo un attimo della faccenda.

E adesso radiate il camerata che infanga tutta la polizia
Alessandro Cassinis – Il Secolo XIX

Vorrei chiedere al camerata Fabio Tortosa, l’eroe del VII nucleo di polizia che con “giovane vigoria” ha sfidato la sorte irrompendo in una scuola di ragazzi già picchiati,stanchi e mezzo addormentati, perché non si è vantato di questa ardita impresa davanti ai magistrati che lo hanno indagato.
Vorrei sapere perché un uomo così coraggioso, che rivendica e giustifica un’azione da libro di storia, ha aspettato che tutto venisse prescritto, che l’accusa gettasse la spugna davanti a tutte quelle divise anonime e quei caschi impenetrabili di gladiatori come lui che picchiavano e torturavano ragazzine e poveri diavoli di ogni età, prima di dichiarare che vorrebbe farlo “mille e mille volte”.
Anch’io quella notte ero alla Diaz, camerata Tortosa. Eravamo in tanti, malgrado lei, a cercare una ragione di quel sangue sui caloriferi, di quei bastoni macchiati di rosso e sporchi di capelli, di quei ragazzi che piangevano e tremavano e cercavano la loro roba in mezzo a un campo di battaglia.
Vorrei sapere perché un assaltatore così ardimentoso, quando hanno identificato e chiamato a deporre i suoi capisquadra, non ha avuto il fegato di presentarsi spontaneamente, visto che era indagato, per assumersi con queste virili parole la responsabilità della più vergognosa soppressione dei diritti civili che l’Italia repubblicana e democratica ha dovuto subire, e che ci ha esposto a una condanna internazionale e all’esecrazione del mondo.
Vorrei sapere perché ha aspettato quattordici anni per augurarsi che Carlo Giuliani «faccia schifo ai vermi».
Vorrei sapere perché ora che ha finalmente espresso il suo “entusiasmo cameratesco” e ha dato libero sfogo alla sua indole fascista, ha ritirato la mano e cancellato la sua pagina su Facebook malgrado i 180 “mi piace” vergati con cuore indomito dai patrioti in divisa che come lei difendono il popolo italiano anche se non se lo merita.
Ora è tardi, camerata Tortosa. Da cittadino che paga le tasse per avere una polizia onesta e rispettosa della nostra Costituzione mi aspetto che almeno lei faccia la fine che avrebbero dovuto fare i suoi superiori: la radiazione perenne e insindacabile da una Polizia di Stato che non merita il fango delle sue parole.
È una magra consolazione per la ferita che Genova si porta dentro dal 2001, lo so. E sarà facile per il ministro Alfano alzare la voce con un piccolo agente esaltato come lei. Ma è da qui che si deve partire per ridare un senso alla giustizia e alla legalità di questo Paese: lei non rischia più nulla davanti alla legge, camerata Tortosa, ma non è degno di indossare quella divisa che ha infangato la notte del 22 luglio 2001 e che ora torna a insozzare con queste intollerabili parole.
Mi aspetto le repliche indignate dei suoi camerati. Non mi troveranno “con una Ceres in mano”, come dice lei, ma con la certezza che una polizia migliore è possibile, e che sicuramente c’è. Non invoco Batman, camerata Tortosa. Per la sicurezza mia e degli altri cittadini basta un bravo poliziotto.

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Regionali 2015: già trovato il colpevole in caso di vittoria della Paita

scritto da Angelo Amoretti il 13 aprile 2015 ore 11:57

Chi farà vincere la Paita in Liguria è il 5 Stelle. Se si mantiene questa classe dirigente che ha devastato la Liguria, la responsabilità è dei 5 Stelle“.
Ferruccio Sansa, giornalista de il Fatto Quotidiano, ha dichiarato quanto sopra durante la trasmissione Agorà su Rai3, lo scorso 9 aprile [chi ha Facebook può verificarlo qua]
Quindi ha già trovato il colpevole ancora prima del delitto.
Purtroppo questa frase l’avevo già sentita in altre occasioni e speravo di non doverla più sentire, ma tant’è, il disco è quello lì e non si cambia, sebbene sia alquanto rigato e ormai suoni male.
Premesso che Sansa di colpe e colpevoli ne sa più di me, visto che conosce bene Genova e abbastanza il resto della Liguria, mi permetto di dissentire.
E’ un classico di certa “sinistra” dare la colpa agli altri, quando perde: si individua il soggetto più vulnerabile e gli si spara contro.
Potrei anche dire tranquillamente che “se vince la Paita” la colpa è di questa sinistra che invece di colpevolizzare gli altri, dovrebbe fare una seria autocritica e magari avere l’onestà e la dignità di dire: “Se vince la Paita è anche colpa nostra”.
Basta vedere lo scempio che sta avvenendo a sinistra del partito democratico: infinite sigle e siglette con rispettivi candidati alla presidenza forse non aiuta molto a far perdere l’amica di Burlando. Servirà a farla vincere e poi, magari, avere un piccolo contentino, visto che in alcune di quelle liste ci sono svariati “avanzi” del partito democratico.
E lo stesso ragionamento vale per il centrodestra: anche lì non si scherza in fatto di frantumazione.
Quindi direi: prima di dare la colpa “agli altri”, aspettiamo prima di tutto di vedere chi cadrà e poi ognuno rifletta in casa propria.

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Regionali 2015: gran disordine sotto il cielo

scritto da Angelo Amoretti il 9 aprile 2015 ore 18:38

Giorni fa lamentavo l’assenza della sinistra nel panorama delle prossime elezioni regionali e finalmente sono stato accontentato.
Si sono svegliate dal torpore le svariate anime, quelle che forse stanno ancora a discutere sui trattini e sulle “e” [marxista-leninista o marxista e leninista].
Mi fa piacere, in ogni caso, che siano usciti allo scoperto perché perlomeno, come chiedo da settimane, riusciranno a rendere un po’ meno facile la vittoria della Paita.
Si è svegliata anche la destra che apparentemente non sembra affatto rassegnata.
Devo ancora capire come gli ex votanti di Claudio Scajola possano votare Toti [ricordo che dopo essere stato escluso dalle liste per le europee dal consigliere in tuta di Berlusconi, il nostro concittadino disse al Fatto Quotidiano: "Toti? Uscito da sotto un cavolo"].
C’è comunque la storia del famoso voto disgiunto per cui, chissà, gli amici potrebbero votare suo nipote Marco e un altro candidato alla presidenza.
Di Marco Scajola non sapevano neppure Mariastella Gelmini, Pippo Civati e Giovanni Toti, come dimostra questo a dir poco bizzarro articolo apparso su Libero, riportato da Dagospia e segnalatoci dal lettore Peluffo.
I tre straparlano di candidare Piercarlo (il figlio di Claudio che peraltro non si è mai occupato di politica) ignorando che in lista con F.I. già c’era Marco e manco a farlo apposta qualche giorno dopo sui muri della città campeggiavano in bella vista i manifesti 6×3 con il viso di Marco Scajola e la scritta: “Io ci sono”.
Oltre a questo, trovo discutibile l’articolo di Libero perché generalmente i piddini pur di non votare un altro partito, se ne stanno a casa.
Io mi sono stancato e ora la penso diversamente, “all’americana”: voti un partito e poi non ti soddisfa il suo modo di fare politica? Alle prossime elezioni ne voti un altro. Non mi sembra tanto difficile.
Sul risveglio della sinistra ci sarebbero da scrivere fiumi di parole. Continua a sembrarmi allucinante che non si riesca a fare una lista unica e che ce ne debbano essere due o tre. Per dire: Pastorino, peraltro scappato dal PD e quindi, per quanto mi riguarda, poco affidabile, appoggiato da Rifondazione, SEL, Altra Europa per Tsipras (e qui un altro fiumiciattolo di parole andrebbe speso) dovrà vedersela anche con Ferrando, che si candida con il Partito Comunista del Lavoratori. E continuo a non capire tutte queste frammentazioni che finiscono per fare il gioco degli altri. Ricordate la candidatura di Tirreno Bianco alle amministrative di Imperia con lo stesso partito? Prese 164 voti e non si vide più.
Ci sarebbe Carla Nattero, che per poco non venne eletta in Senato alle scorse politiche (e non alle europee, come erroneamente riportato da un portale locale) di cui parlare.
Capisco la sua passione per la politica, ma in coscienza speravo che dopo quella esperienza scegliesse di ritirarsi definitivamente dalla scena. Per carità, le voglio bene e in Consiglio comunale ha svolto il suo ruolo in maniera impeccabile, ma gli elettori credo abbiano voglia di vedere facce e nomi nuovi. Ora è probabile che in quell’area ne siano a corto e in questo caso bisognerebbe stabilire se sono stati i giovani a non avvicinarsi a quest’area o viceversa perché come scrive Alberto Bagnai sul suo libro “L’Italia può farcela” [che consiglio caldamente]: “se davvero si vuole contribuire a creare una coscienza di classe bisogna essere disposti (non dico capaci: dico disposti) a farsi ascoltare, e per farsi ascoltare bisogna essere disposti a rinunciare a un certo vetusto linguaggio liturgico che purtroppo alberga in certi ambienti.“.
Ci sarebbero ancora due cose da dire su Carlo Capacci e la sua lista. Sapete che aveva minacciato di non appoggiare l’amica di Burlando perché, dicono, a Luca Lanteri (quello del giro in elicottero con Scajola e Fiorani) era stato negato un posto privilegiato nel listino, mentre Capacci dice che il suo movimento avrebbe dovuto avere “un riconoscimento”. Ora pare che la polemica sia rientrata, non si sa se per il posto in listino a Lanteri o per il riconoscimento al suo movimento.
Se siete arrivati fin qua e avete ragionato un filino, vi sarete accorti che sono messi male un po’ tutti quanti, a parte il Movimento 5 Stelle che va dritto per la sua strada e vede aumentare i consensi.
Ci sarà da divertirsi.

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La caduta di stile dell’onorevole Claudio Scajola

scritto da Angelo Amoretti il 1 aprile 2015 ore 12:40

L’ex parlamentare Claudio Scajola, in tribunale, si permette di fare battutine su Ivan Bracco, l’ispettore capo della Polizia Postale di Imperia.
Mi dispiace che l’onorevole abbia avuto questa caduta di stile. Bracco è un poliziotto, uomo dello Stato, molto di più di quanto lo sia Claudio Scajola, che, anche se probabilmente si crede un cittadino “più uguale” degli altri, forse dovrebbe avere un po’ più di rispetto per un servitore dello Stato, quindi di tutti noi.
Lo dico senza polemica e se dovessi scegliere tra lui e Ivan Bracco, non avrei alcuna titubanza.
Qui c’è la notizia.
Il Secolo XIX di oggi riporta:

[...] L’exparlamentare – che è anche imputato nel processo di Reggio Calabria per avere favorito la latitanza di Amedeo Matacena – non ha rinunciato, alla fine, a punzecchiare il poliziotto.Prima,in un momento in cui l’ispettore era uscito dall’aula,dicendo ironicamente «Bracco non c’è? È scappato?», quindi, alla fine della testimonianza dei due periti, rivolgendosi direttamente all’interessato, commentando quanto emerso proprio dalla doppia deposizione: «Le cose quando si fanno bisogna farle bene». Ricevendo una risposta asciutta e cortese: «Faccio il poliziotto e cerco di farlo bene, accerto dei fatti e li riferisco»[...]

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A Clavi non ci sono più le panchine di una volta

scritto da Angelo Amoretti il 31 marzo 2015 ore 17:54

A Clavi, ridente frazione di Imperia dove vivo, sono sparite due panchine dalla piazza del Comune, quella che con un po’ di fortuna si riesce a vedere dietro i cassonetti della spazzatura arrivando da Piani.

Non sono le punkine della foto, sono due panchine di ferro, color verde-panchina-di-ferro. Qualche volta mi ci sedevo, per respirare il profumo che esce dai cassonetti e farmi pungere da quei simpatici moscerini che più sono ini, più danno fastidio.
Al posto di una hanno messo una yucca [non so se ci sia stato bisogno di sbolognare 1.000/1.500 euro a un agronomo per una eventuale consulenza], al posto dell’altra, nulla.
Ce ne sono rimaste quattro di legno che bastano e avanzano, visto che gli anziani non ci si siedono più [ce ne sono pochi e attraversare la strada è un tentativo di suicidio bello e buono] e i bambini sono due o tre che giocano altrove; la piazza, in verità, è stata rimessa un po’ a posto, ma adesso vi dico qual è il punto.
In tanti anni ho sempre cercato di evitare di parlare di cose personali sul mio blog: per fortuna non ho processi in corso, nessuno mi ha ancora querelato e gli affari miei preferisco tenerli fuori da qua.
Una piazza comunale non è propriamente un affare mio: è del Comune, cioè di tutti, ma siccome in questa storia mi ci sono trovato un po’ in mezzo, ora la metto in piazza.
Che le frazioni siano trascurate, senza specificare quali e senza esclusioni, lo ripeto da anni, cosicché, un po’ di tempo fa, ho deciso di andare in Comune per esporre i problemi di quella in cui vivo, a voce.
Erano anni che non mettevo piede in Comune. L’ultima volta fu quando andai a salutare l’allora sindaco Sappa che, con estrema gentilezza, mi regalò il fondamentale “Manifesti elettorali nell’antica Pompei” su Bur Rizzoli. Più che altro feci in modo che me lo regalasse: “Che bello…deve essere interessante…cercherò di trovarne una copia..“, sapete come va e con la faccia che ho riesco spesso a farmi dare le cose che desidero (a parte una o due).
Quel giorno parlai con la Arnaldi, che, come sapete, io chiamo amorevolmente “Boccuccia di Rosa” e che mi ascoltò con molto interesse.
Le chiesi solo di far prendere in considerazione al Sindaco l’idea di ricavare, su metà piazza, quattro o cinque posti auto, motivando la richiesta con due o tre argomenti:
1) Ce n’è urgente bisogno;
2) Nessuno usa più la piazza, quindi nessuno dovrebbe lamentarsi;
3) I costi sarebbero irrisori: spostare una panchina (eccola!), coprire di ghiaino, fare una piccola rampetta per accedervi là dove c’era la cabina del telefono e ora c’è una scandalosa piazzola di cemento.
Tralascio altre due o tre idee che le esposi per rendere più attraente il borgo con poca spesa.
Alcuni giorni dopo fui contattato dal consigliere comunale geom. Alessandro Savioli [sul sito del Comune continua a esserci scritto così] che in seguito venne al borgo, prima da solo, poi accompagnato dall’Assessora Dott.ssa Maria Teresa Parodi [idem].
Ripetei a loro ciò che avevo detto a BDR e parvero assai interessati alle mie proposte.
Dissi loro che quello era il piano “A” e, nel caso, sarei passato al piano “B”.
Ora al posto della panchina c’è la yucca e questo è il piano “B”.

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Se dici che è scandaloso ti danno del populista o del qualunquista

scritto da Angelo Amoretti il 30 marzo 2015 ore 19:31

Riporto questo articolo de Il Secolo XIX e non aggiungo altro, tanto è lo stesso. Fate voi.

Regione, un “super gettone” per chi esce

Il riposo finale,con due mesi e mezzo abbondanti di “sonno”, perché il consiglio regionale ha finito ieri il suo ciclo – e con esso si placheranno le commissioni – è la classica ciliegina
sulla torta. Ma la caratura dei consiglieri delle Regioni, che solo (tardivi) interventi governativi hanno in parte limitato, è solo un aspetto della storia. Che comprende, tratto forse meno noto, anche una ragguardevole buonuscita: l’assegno di fine mandato, la cui entità è proporzionale a due fattori, lunghezza della militanza in aula e indennità percepita durante la carica. Il tetto sono le 10 mensilità, di pari passo con ogni anno passato in aula. In pratica, chi dà l’addio a via Fieschi dopo due mandati consecutivi, tenuto conto di una lieve trattenuta, riceve 80 mila euro netti (circa) di buonuscita. Che spetta anche a quei consiglieri – com’è accaduto di recente – nei guai con la giustizia.
L’extra, è ovvio, deve essere contestualizzato. E si può fare in vari modi. Uno dei più semplici potrebbe essere il richiamo alle “spese pazze” e al diffuso utilizzo dei fondi aggiuntivi rispetto agli stipendi e destinati ai gruppi politici come un bancomat personale (da questo filone sono esenti assessori e presidente). Uno meno brutale: come tutte le altre indennità dei componenti “parlamentino” ligure (e degli altri 19), pure l’assegno di fine mandato è stato ridotto solamente di recente (non troppo tempo fa le mensilità limite erano 15, con trattenuta al 3%).
Altro spunto: l’assegno dell’addio è la “ coda”di un trattamento notevole. Il quadro degli emolumenti attuali (aggiornati all’ottobre del 2014) è quello visibile nella tabella accanto. Comesi vede, in modo diverso da altri enti pubblici, come ad esempio il Comune, in Regione le norme tendono ad equiparare lo stipendio dei consiglieri, titolari di un qualsiasi incarico (capogruppo, coordinatori ecc.) e degliassessori,che siano eletti dal popolo o chiamati, fino al presidente della giunta.
Altra differenza: a differenza di altri enti di grado minore, i pur notevoli stipendi della “macchina” amministrativa- a norma di legge, sono idirigenti responsabili degli atti sono, seppur di poco, inferiori a quelli del contraltare politico.
Pur a fronte di responsabilità, civili, penali e tributarie, per i singoli consiglieri, senza dubbio non comparabili. Come non sono confrontabili, con gli appartenenti al consiglio, incombenze e responsabilità della giunta.
La composizione degli stipendi è uniforme ed è presto detta: una parte fissa, l’indennità di carica, più una variabile, legata a due fattori essenziali, la copertura di cariche e la distanza dal luogo di lavoro, che si traduce in una diaria. Ecco perché spezzini e imperiesi hanno stipendi più alti.
La forbice dei “netti” oscilla fra un minimo teorico di 6.330 euro (non si applica a nessuno) fino a 8.994. Per presidenti di giunta e del consiglio la variabile è sempre massima: 4.884 euro (lordi). Gli sono equiparati gli assessori che abitano oltre gli 80 km dall’aula – e numeri due di consiglio e giunta. Lo stipendio è virtualmente intoccabile, salvo che si disertino senza valido motivo consiglio commissioni.
Dalla terza assenza (pure questo limite, prima, non era previsto), scatta una trattenuta del 2,5% sull’indennità di carica.
Si tratta comunque dell’ultimo giro, almeno a questi livelli. Come stabilito su input del governo in accordo con le Regioni a partire da fine 2012, dal prossimo mandato si ridurrà il numero dei consiglieri- da 40 a 30-esparirà il vitalizio, altro “piccolo” bonus legato alla carica.

Assessori “esterni” [quelli che nessuno ha votato]

Il Secolo XIX – 29 marzo 2015

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Provinciali 2015: un primo passo verso la democrazia [grazie, Renzi!]

scritto da Angelo Amoretti il 25 marzo 2015 ore 17:18

Ci saranno le elezioni, il prossimo 3 maggio, ma noi stavolta saremo spettatori. Grazie al gelataio di Firenze, noto anche come “rottamatore”, a votare per il presidente della Provincia ci andranno i sindaci dei 67 comuni più i consiglieri comunali. Sanremo sarà l’Ohio de noartri.
Ho letto questo articolo e non so se ridere o piangere:

Si voterà domenica 3 maggio per il rinnovo del Consiglio provinciale di Imperia. Ma, per la prima volta, non saranno i cittadini a eleggere presidente e consiglieri. A esprimere le loro preferenze saranno infatti i consiglieri provinciali uscenti, i sindaci e i consiglieri comunali dei 67 Comuni imperiesi. Il decreto è stato firmato ieri mattina dal presidente, Luigi Sappa, dopo l’ultimo Consiglio provinciale che si è tenuto lunedì scorso. Le votazioni si svolgeranno dalle 8 alle 20 e ci sarà un unico seggio, allestito nel Palazzo provinciale di via Matteotti 147. Alla chiusura del seggio inizieranno le operazioni di scrutinio. Gli elettori «selezionati» dovranno eleggere il nuovo presidente e dieci consiglieri provinciali.
Sono eleggibili alla carica di presidente i sindaci dei Comuni il cui mandato scada non prima di diciotto mesi dalla data di svolgimento delle elezioni e i consiglieri provinciali uscenti, compreso
il presidente. Alla carica di consigliere provinciale possono essere eletti, oltre a consiglieri provinciali uscenti e sindaci, anche i consiglieri comunali in carica dei Comuni imperiesi.
Il «peso» del voto da parte di sindaci e consiglieri comunali varierà in base al numero degli abitanti del loro Comune. Le località saranno quindi suddivise in cinque fasce a secondo del numero di residenti, cui corrisponderà una scheda di votazione di colore diverso; i colori sono azzurra, arancione, grigio, rosso e verde. Si parte dai Comuni fino a 3 mila abitanti per arrivare a quelli oltre 30 mila.
Le candidature dovranno essere ufficializzate attraverso la presentazione di liste, che dovranno essere depositate in Provincia domenica 12 aprile dalle 8 alle 20 e lunedì 13 aprile dalle 8 alle 12.
La complessa preparazione del nuovo manuale di voto è stata affidata a due funzionari provinciali, Stefania Demichelis e Mirella Ferrari, che hanno
lavorato alcuni mesi per districarsi nelle novità normative, prendendo anche spunto dall’esperienza di altre Province. I problemi comunque non mancano.
La nuova normativa prevede che il mandato del presidente duri due anni e quello dei consiglieri quattro e non è quindi impossibile che, cambiando le Amministrazioni comunali e quindi gli elettori, un presidente si trovi a fare i conti con un Consiglio composto da esponenti opposti alla sua parte politica.
Chi sarà il presidente della «nuova era»? Negli ultimi mesi sono circolati molti nomi di sindaci, tra cui ci sono quello di Imperia Carlo Capacci, quello di Taggia Vincenzo Genduso e anche il primo cittadino di Pieve di Teco, Alessandro Alessandri.
Ultimamente sta però prendendo piede l’ipotesi di una rielezione di Luigi Sappa, che pare possa trovare il sostegno del Centrosinistra. Ma nulla è ancora definito e tutto ovviamente dipenderà dagli accordi politici che verranno raggiunti entro metà aprile.

La Stampa, 25 marzo 2015

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Regionali 2015: la campagna elettorale si fa anche così

scritto da Angelo Amoretti il 15 marzo 2015 ore 21:38

Quella che vedete qua sotto è Alice Salvatore, la trentunenne candidata per il Movimento 5 Stelle alle prossime elezioni regionali che, con un colpo di genio, sono state fissate da Renzi per il 31 di maggio (c’è il ponte del 2 giugno per la festa di quello che rimane della Repubblica Italiana e il governo ha pensato a quella data lì: avranno pensato che tra il mare e i monti, meno persone andranno a votare, meglio sarà. Non pensavo, solito ingenuo, che ci sottovalutassero fino a quel punto, ma tant’è…)
La Salvatore è una tipa combattiva: non so sul territorio perché non mi metto certo a seguirla, ma di certo sui social.

Alice Salvatore
Foto di Fulvio Martinoia

Qualche giorno fa sul sito della Casa della Legalità è venuto fuori che tra i sostenitori di Raffaella Paita alle primarie del PD, c’era anche il signor Paolo Cassani, un prestanome dei Gullace [qui c'è la documentazione] e la Salvatore, sulla sua pagina FB ha pubblicato questo:

Poi il signor Cassani è stato allontanato dal PD, ma la frittata era fatta.
Non conosco ancora il programma del Movimento 5 Stelle e cercherò di provvedere in fretta, ma ora come ora la Salvatore mi pare l’unica che ce la stia mettendo tutta per rendere meno facile la vittoria della candidata del PD e se all’orizzonte non vedrò svegliarsi qualcosa di nuovo, resterà la mia candidata preferita.

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I “cervelli” di Imperia ignorano le valli e l’entroterra del Comune

scritto da Angelo Amoretti il 9 marzo 2015 ore 12:07

Su un portale locale si è sviluppato un dibattito che era iniziato sul blog di Benedusi, al quale aveva risposto il Sindaco Capacci dalla sua pagina Facebook.
Ho letto con attenzione gli interventi di Settimio Benedusi, Maurizio Rainisio e Stefano Senardi e, detto che concordo con gran parte di ciò che hanno scritto, mi meraviglio che nessuno abbia preso in considerazione, ma proprio per niente, le frazioni che stanno in Valle Prino e nella bassa Valle Impero, a pochi chilometri dal capoluogo. Così come non si è mosso l’aeroporto di Nizza, che dista un centinaio di chilometri e a 45 minuti da noi, non si sono mosse le frazioni che dal mare distano km. 10 in media, 10/15 minuti dal centro, per dire.
Basterebbe leggere “I monumenti delle Valli di Imperia” di Nino Lamboglia per capire quello che non stiamo sfruttando e resto dell’idea che occorrerebbe inglobarle nel discorso turismo e “linkarle” meglio e di più con il centro.
Posto due immagini che ho scattato personalmente, tanto per rendere l’idea.

Torre antibarbaresca di Torrazza (IM)
La Torre antibarbaresca di Torrazza

Ponte romanico di Clavi (IM)
Il ponte romanico di Clavi

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